Il 1 settembre ha lasciato la sua vita terrena Enzo Bianchi, fondatore nel 1965 della Comunità del Monastero di Bose. A ReS piace ricordarlo in questa occasione, che è perdita ma soprattutto memoria di una delle più apprezzate voci della spiritualità cristiana degli ultimi cinquant’anni. Enzo Bianchi, monaco laico, biblista e saggista, non ha mai voluto prendere i voti sacerdotali restando nello spirito della Chiesa delle Origini. È riuscito con le sue comunità – prima in Piemonte a Bose, poi a Ostuni, Assisi, Civitella San Paolo e ad Albiano di Ivrea –  a costruire luoghi di dialogo e confronto culturale di altissimo livello tra cattolici, ortodossi e protestanti.

Gli uomini e le donne che si sono raccolti al fianco di Enzo, in quella che si è rivelata come una delle esperienze ecclesiali più creative del post  Concilio Vaticano II, erano uniti sotto il segno della preghiera, del celibato, del lavoro e dell’accoglienza. A chi lo ha conosciuto resta vivo il ricordo di un uomo in cerca della presenza divina nel lavoro quotidiano della comunità, nella cucina, nelle tavole imbandite per gli ospiti, nei dibattiti culturali, nei percorsi di fede, nell’ascolto delle generazioni a confronto. Il suo è stato, ovunque, uno spazio-laboratorio di cultura creativa, con la casa editrice Qiqajon, con il rinnovamento liturgico con il Salterio di Bose, con la preghiera quotidiana di tradizione benedettina, con il canto corale e la lectio divina.  Il Cardinal Ravasi, dopo 40 anni di amicizia lo ricorda per la grande “finezza politica”, per l’instancabile curiosità intellettuale per le Scrittura, e per una incrollabile fedeltà alla Parola di Dio.

E’ stato lungo il suo percorso di vita che Enzo ha di necessità e urgenza incontrato la cultura laica, filosofi e teologi, creando l’humus che ha formato una generazione di laici cristiani influenzata teologicamente, pastoralmente, ma anche politicamente e socialmente proprio dal suo carisma. Come dice Gianni Di Santo su Avvenire, “una storia quella di Bose che non ha mai avuto paura di farsi sentire pubblicamente attraverso la voce di Enzo Bianchi” , capace di esprimere un cristianesimo vivo, in relazione con gli altri, un monachesimo moderno nel solco benedettino, tanto battagliero e provocatorio sulla cosiddetta “religione civile”, nel silenzio della cella e del lavoro della terra.

Gli ultimi anni sono stati anni difficili per la comunità di Bose e per Enzo Bianchi, che nel 2017 si era dimesso come Priore per dissidi interni ed un conseguente decreto papale. Una specie di storia medievale quella che ha determinato una sorta di cacciata decisa da Papa Francesco, che ha lasciato perplessi e disorientati. Sono stati anni di sradicamento profondo per Enzo che ha poi fondato la Comunità La Madia sulle colline di Ivrea, continuando la sua opera culturale e religiosa.

Cosa ci lascia Fratel Enzo. Certamente la sua ampia produzione intellettuale, ne citiamo solo alcuni di cui consigliamo la lettura:

Il pane di ieri, I comandamenti. Ama il prossimo tuo, scritto a 4 mani con Massimo Cacciari

Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere e Cosa c’è di là. Inno alla vita.

Ci restano anche le sue parole, dette negli anni del dolore per la separazione dalla comunità di Bose, con la quale purtroppo non è riuscito a riconciliarsi a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, benché qualche settimana prima della sua morte abbia aperto un canale di comunicazione con l’attuale Priore: “Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni. Anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno, l’amore resterà come loro traccia indelebile».

Grazie Fratel Enzo!

 

 

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