Solo sette parole per spiegare quello che ci sembra incomprensibile. «Da soli non ce la facciamo.» È la sintesi di una dozzina di biglietti che Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, genitori di Pietralata, quartiere di Roma, hanno lasciato a parenti e amici prima di togliersi la vita, portando con sé anche Bianca, la loro bambina di cinque anni, disabile dalla nascita.

Li hanno scritti ad amici e parenti. Quindi sulla carta del tutto soli non erano. Ma le solitudini moderne sono figlie delle società moderne. Si può essere abbandonati pure se inseriti in contesti familiari, lavorativi, urbani.

Sono cambiate le famiglie e sono cambiati i rapporti. Le antiche famiglie allargate, reticolari, inserite in contesti comunitari, garantivano una presenza. Alla loro dissoluzione non abbiamo sostituito altre forme solidali di presenza. Abbiamo liberato l’individuo dai vincoli comunitari e lo abbiamo lasciato solo, gettato nel mondo grande e terribile.

Fare figli spesso aggrava l’isolamento. Se hanno problemi, si spalanca l’inferno.

Ora dico una cosa che può irritare, ma vi prego di leggerla con apertura. Se ci fosse stato uno SpinTime (o un Askatasuna) vicino casa loro, forse questa storia sarebbe potuta andare diversamente. Lo dico fuori dalle polemiche di queste settimane. Lo dico per raccontare quanto siano importanti tutte le sperimentazioni di comunità aperte e solidali che possiamo incontrare nelle nostre vite difficili. I centri sociali nella storia di Roma sono stati, tra le tante cose, anche un argine alla solitudine urbana, all’anonima asocialità delle città contemporanee. Tantissime persone lì dentro non hanno trovato solo spazi, servizi e amicizie. Hanno trovato senso.

Probabilmente vicino a questi due genitori c’era una parrocchia, altro tipo di luogo aperto e solidale, con la sua comunità di fedeli. Non sappiamo perché non l’hanno incrociata. Non sappiamo perché non hanno chiesto aiuto a quei parenti e amici cui hanno scritto quelle ultime parole terribili.

Io so però che a volte ci si salva per un incontro, o ci si perde per un mancato incontro. Avere luoghi che facilitano incontri, luoghi che accolgono tutti e hanno una vocazione innata alla relazione di aiuto, è essenziale. Diceva Palmiro Togliatti «una sezione di partito per ogni parrocchia». Il mondo è cambiato al punto che oggi dovremmo dire «un centro sociale, un polo civico e una parrocchia per ogni sala scommesse e filiale di banca».

C’è tuttavia un secondo livello di responsabilità, ed è quello che nessuno vuole guardare. La famiglia di Pietralata era seguita dai servizi sociali del Municipio. Non era invisibile allo Stato. Eppure lo Stato, quando si tratta di disabilità grave, arriva sempre in ritardo e sempre con pochissimo.

L’unica legge italiana dedicata specificamente a chi vive con una disabilità grave e rischia di restare senza sostegno familiare, durante o dopo la vita dei genitori, è la legge 112 del 2016, la cosiddetta Dopo di Noi. È stata fatta dal governo Renzi. Da allora nessun governo, di nessun colore, ne ha fatto una priorità politica. Il fondo nazionale che la finanzia vale 72,3 milioni di euro per il 2025, da dividere fra tutte le Regioni italiane.

I numeri dicono tutto quello che i titoli dei giornali non diranno mai. Il Ministero, in fase di scrittura della legge, aveva stimato una platea potenziale di 100.000-150.000 persone. La Corte dei Conti certifica che i beneficiari effettivi, in tutto il Paese, sono circa 8.400. Meno di uno su dieci tra chi ne avrebbe diritto.

E l’Italia, su questo fronte, non è in linea con l’Europa che vorrebbe imitare in altri campi. Destiniamo all’assistenza di anziani e disabili il 2,5% del Pil, contro il 3,5% medio dei paesi Ocse più sviluppati. Germania 4,5%, Regno Unito 4,3%, Francia 4,1%. Sulla sola componente disabilità restiamo in linea con Francia e Regno Unito, ma restiamo dietro alla Germania di quasi un punto percentuale.

Tradotto. In Italia ci sono circa 3,1 milioni di persone con disabilità grave, secondo i dati Istat, e almeno 2,3 milioni di famiglie che convivono ogni giorno con quella fatica. A loro lo Stato risponde con un fondo che, spalmato sui pochi che riesce a raggiungere, vale poche migliaia di euro l’anno a testa. Agli altri, come i genitori di Pietralata, non risponde affatto.

Nello stesso momento in cui la politica italiana discute su chi debba avere il prossimo miliardo per l’intelligenza artificiale, per la guida autonoma o per il 5G, il Dopo di noi non è mai entrato in un programma elettorale come priorità vera. È un tema che si cita, non si finanzia.

Io una proposta la farei semplice, quasi banale nella sua logica. Già sentita su altri temi ma mai realmente applicata. Per ogni euro pubblico investito in innovazione, tecnologia, intelligenza artificiale, un euro dovrebbe andare al fondo per la disabilità grave. Non come elemosina, ma come principio. Non esiste una città o un Paese davvero innovativo che lascia indietro chi ha più bisogno di essere accompagnato. Un algoritmo che ottimizza il traffico non vale niente se una famiglia con una figlia disabile deve scrivere una lettera d’addio perché nessuno le ha mai davvero risposto al telefono.

Non tutte le solitudini si risolvono con un fondo. Ma questa, almeno in parte, deve essere la risposta dello Stato. E se la politica continua a trattarla come un dettaglio, aspettiamoci che in futuro andrà sempre peggio.

(dalla Newsletter di Riccardo Corbucci)

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