L’intensa mattinata indetta da Demos, assieme ad altri movimenti e associazioni, sul tema: “Costruire Comunità: idee per l’Italia, ruota intorno alla domanda sottesa al dibattito e alla quale tutti pensano, ma che rimane sullo sfondo: ci sarà un contenitore (partito, movimento?) che raccoglie quella parte di popolo che guarda al centro sinistra, ma non si ritrova dentro i partiti della coalizione?

La grande sala dell’Antonianum era piena (con una invidiabile parità di genere, ma non anagrafica) e partecipe. Ma la risposta non c’è stata. Sia perché tutti gli interventi (salvo il Sindaco di Udine, De Toni, che la dice chiaramente) hanno preferito testare i contenuti di un possibile programma, anziché cimentarsi sullo sbocco politico, che avrebbe anche comportato (come invece fanno i resoconti giornalistici) spostare l’attenzione sui nomi di possibili leader. Sia perché la collocazione politica dei promotori non è neutrale: Delrio è un autorevole esponente del PD; Madia ne è appena uscita per approdare da Renzi; Ciani è anche segretario di Democrazia Solidale; Giro sta con Demos e la Comunità di sant’Egidio; Manfredi non ha tessere di partito e Prodi… è Prodi!

In ogni caso, proprio l’apprezzabile tentativo di unire diverse appartenenze, pur accomunate da una omogenea identità, (in questa assise prevalentemente cattolica) dimostra quanto urgente sia la domanda. Ma anche quanto difficoltosa sarà la risposta.
Innanzi tutto perché molto dipenderà da come i partiti reagiranno. Il PD in particolare. Resta infatti aperta la questione se la natura costitutiva del PD (nato dall’incrocio delle culture progressiste laiche e religiose) per realizzare un progetto di governo riformista, sia risolta definitivamente dallo “schiacciamento a sinistra”. Il che fa sì che venga addirittura invocata (da Bettini e altri) la costituzione di una forza centrista e moderata che funga da preziosa alleata. O se, invece, il PD, partito centrale della coalizione, non possa essere esso stesso il contenitore del progetto. Il che non c’entra niente con la “vocazione maggioritaria”, che se è superata sul piano elettorale dal bipolarismo di coalizione, rispetto a quello di partito, non inficia la discussione sulla identità. Anche perché non sta in piedi l’identificazione cattolico=moderato che sta alla base dell’ipotetico centrismo. Delrio, per confutare questo luogo comune, ha giustamente ricordato Papa Francesco su giustizia sociale ed ecologia (e possiamo aggiungere ora Papa Leone sulla pace!).

Il problema semmai è rovescio: il PD deve affrontare il problema della “moderazione” non per dare spazio ai cattolici, ma perché la sua pratica è un valore che si addice a chiunque voglia governare. Radicali nei valori, riformisti nei programmi e moderati nel governo è una buona sintesi che non conviene abbandonare. Un solo esempio: la crisi economica contemporanea e la necessità della crescita. È impossibile rinunciare alla crescita, ma è impensabile realizzarla senza una politica che affronti la questione del debito dirompente, della inflazione crescente. Il che comporta scelte economiche selettive; probabilmente molto radicali sulla distribuzione della ricchezza (sulla quale c’è un eccesso di cautela); ma molto prudenti sulla gestione della spesa. In tal senso, Becchetti e Prodi hanno messo i piedi nel piatto, in particolare sulle grandi problematiche globali e sulla centralità dell’Europa nella costruzione di un futuro migliore.

Al tempo stesso, proprio l’Assemblea dell’Antonianum pone un problema esplicito ai suoi promotori: non di soli cattolici è fatta l’area che si pone il problema della rappresentanza irrisolta. Preziosa la assunzione esplicita di responsabilità da parte dei cattolici; ma politicamente non risolutiva del problema posto. Diamo per acquisita la ripetuta dichiarazione di molti relatori: non vogliamo rifare la DC. Allora il passo immediatamente successivo è la ricerca di un terreno di incontro riformista più ampio dell’appartenenza ideale di fede. Il contributo dei cattolici impegnati in politica nel centro sinistra è fondamentale, tanto più se persegue un approccio di aggregazione delle diversità. E di promozione di quella speranza di cui ha parlato Manfredi e del valore politico della fraternità, che ha costituito il filo comune dell’incontro. Questo processo, innescato sabato, deve quindi continuare ed allargarsi. Il suo valore è in sé. Se poi lo sbocco sarà un nuovo aggregato o una apertura delle forze esistenti, si vedrà. Resta il fatto che, in qualsiasi direzione ci si voglia muovere, si porrà, per tutti, il tema decisivo della unità della coalizione.

Ce n’è abbastanza per rimboccarsi tutti le maniche. Ora! Perché se il cammino appare lungo, il tempo a disposizione è breve. Molto breve!

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