Circondati dal fascino dell’acquedotto romano, e grazie all’ospitalità di una start up che si occupa di innovazione sociale, ReS ci ha offerto di recente una riflessione su un argomento inedito, ma dai molteplici risvolti e sviluppi: la medicina di genere.
Un incontro tra lo stato della ricerca, la sperimentazione farmacologica, l’apporto dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali e il contributo della politica al tema e alla sua applicazione concreta.
Da sempre la medicina ha avuto un’impostazione androcentrica, basata sul modello maschile e l’interesse specifico per la salute femminile è stato comunque riservato agli aspetti legati alla riproduzione e alla maternità.
Eppure le differenze biologiche, definite dal sesso insieme ai ruoli sociali, culturali, comportamentali, associati al genere nei vari contesti ed epoche storiche, influenzano lo stato di salute e malattia di ogni essere umano nonché il trattamento terapeutico e farmacologico.
Infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne dà una definizione puntuale e la ricerca scientifica sempre di più ci fornisce dati epidemiologici, clinici, e sperimentali che indicano l’esistenza di differenze rilevanti tra uomini e donne nell’insorgenza e nella progressione delle malattie, nelle manifestazioni cliniche delle malattie comuni, nella risposta e negli eventi avversi associati ai trattamenti terapeutici, negli stili di vita, nella risposta dei corpi ai nutrienti e nell’accesso alle cure.
Nel corso del seminario ci sono stati forniti alcuni esempi: in caso di malattie cardiovascolari, specificamente nell’ infarto i sintomi femminili differiscono da quelli maschili ma essendo i protocolli di primo soccorso tarati sugli uomini, i sintomi femminili vengono sottovalutati; è vero che le donne vivono mediamente più degli uomini, ma negli ultimi anni di vita sono soggette a maggiori malattie, anche per condizioni economiche più disagiate( pensioni più basse) e cure meno efficaci; nei casi di ricoveri lunghi, gli effetti collaterali sono maggiori per le donne che per gli uomini; i dosaggi dei farmaci sono spesso gli stessi per uomini e donne, mentre le donne hanno un metabolismo epatico e una massa corporea differente che aumenta il rischio di effetti collaterali e reazioni.
Un approccio di genere corretto nella ricerca e nella pratica clinica, come quello che, lentamente e non in maniera omogenea, sta maturando consente pertanto di rendere più appropriate e personalizzate le cure e di evitare sprechi e costi per il Servizio Sanitario nazionale.
Non si tratta di creare una branca della medicina a sé stante, benché esiste in Italia qualche insegnamento universitaria dedicato a questa materia, ma inserire in tutte le discipline mediche un approccio interdisciplinare per capire come si sviluppano le patologie, come si fa prevenzione, diagnosi e terapia per gli uomini e per le donne.
Abbiamo appreso con piacere che l’Italia è il primo paese europeo che si è dotato di una
legge sulla medicina di genere (legge n.3 del 2018) che ha avuto un lungo iter e molte resistenze attuative, soprattutto sul piano culturale e dell’informazione. Spesso il tema è stato derubricato come una delle tante rivendicazioni femministe e oggi la sperimentazione clinica specifica legata al genere viene elusa anche per i costi da affrontare rispetto alle minori risorse destinate alla sanità e alla ricerca e l’accesso alle cure varia fortemente su base territoriale.
Eppure l’Istituto superiore di Sanità aveva istituito nel 2017 il Centro di riferimento per la medicina di genere , primo in Europa e dopo la promulgazione della legge è stato adottato nel 2019 il Piano nazionale per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere che ci aveva posto come paese all’avanguardia in Europa in questo campo e che aveva reso operativa la legge definendo le linee di indirizzo per tre aree chiave: ricerca e sperimentazione clinica, formazione e aggiornamento dei professionisti sanitari, prevenzione, diagnosi e cura basate sulla differenza di genere. Lo stesso piano formativo per i professionisti sanitari, benché redatto, non è mai stato pubblicato.
In un settore come quello della ricerca e della sanità che impatta fortemente sulla vita dei cittadini e sulle disuguaglianze nell’accesso ai servizi e alle cura è emerso in maniera netta come la politica debba affidarsi alla scienza, che non è però mai neutrale, come non lo è l’Intelligenza artificiale, che può avere un ruolo importante nella prevenzione delle malattie e nella sorveglianza dei rischi specifici per ogni soggetto e aiutarci a superare le disuguaglianze che nascono da sperimentazione e cura indifferenziate per genere.
Infatti i sistemi di AI e gli algoritmi utilizzati per il supporto diagnostico rischiano di amplificare i pregiudizi se vengono addestrati su dataset clinici sbilanciati e non rappresentativi della popolazione femminile, così come di altre minoranze.
Un tema questo che ReS vuole ancora approfondire perché intimamente intrecciato con quello economico, sociale e della solidarietà, e che ci interroga su come l’Intelligenza artificiale e le nuove tecnologie possano aiutarci a ridurre le disuguaglianze, le fragilità e le povertà in aumento nel nostro paese.



