Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha presentato un’interessante e articolata
analisi della situazione di genere nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale, realizzata dalla Direzione centrale Studi e Ricerche dell’Istituto. I dati utilizzati sono quelli presenti nelle banche dati dell’Istituto, aggiornati al 2022 e relativi all’evoluzione occupazionale delle donne nel mercato del lavoro privato e pubblico e alle ricadute che i molti elementi di svantaggio rispetto agli uomini, accumulati nella vita attiva, hanno, poi, anche sui redditi da pensione.

Negli ultimi tempi, grande attenzione ruota intorno alle problematiche di genere e, se ce ne
fosse ancora bisogno, anche i dati dell’Inps hanno evidenziato una situazione disarmonica
tra i generi, nella quale i numeri al femminile continuano ad essere decisamente inferiori
rispetto a quelli degli uomini, anche nonostante qualche parziale segnale di miglioramento.
Le differenze tra donne e uomini sono molto evidenti nel settore privato, ma non mancano
neanche nel settore pubblico. Partiamo, infatti, da un tasso di occupazione tra i 15 e i 64
anni che per le donne, nel 2022, è stato pari circa al 51,1%, mentre quello maschile ha
superato il 69,2% e da un’incidenza massiccia nell’utilizzo, da parte delle donne, di
tipologie contrattuali come il part time che sfiora il 51% in tutti i settori produttivi. Questo
porta con sé la maggiore concentrazione del lavoro femminile in particolare in alcuni
comparti dei servizi (sanità, istruzione, ristorazione) – che si riduce nel settore
manifatturiero – generalmente in imprese che offrono salari più bassi e scarse possibilità di
carriera. Le posizioni apicali sono, inoltre, scarsamente raggiunte dalle donne che coprono
il 21% del totale, e che, di contro, sono presidiate dagli uomini con il 79%. Un quadro,
quindi, in cui livelli occupazionali, occasioni di lavoro e tipologie contrattuali sono
fortemente sfavorevoli e la forbice economica è molto ampia, se – come dicono i dati Inps –
le retribuzioni annue percepite dalle donne sono in media di circa il 40% inferiori a quelle
percepite dagli uomini nel settore privato e del 16% nel settore pubblico.

E cosa succede quando le donne diventano pensionate? Il lavoro “povero”, sia sotto il
profilo retributivo che della stabilità e continuità, determina pensioni “povere” e, di
conseguenza, il divario tra uomini e donne nella vita attiva perdura anche nella fase del
pensionamento. Sebbene, infatti, rappresentino la quota maggiore sul totale dei pensionati
(8,3 milioni pari al 52% su un totale di 16 milioni di pensionati), le donne percepiscono
solo il 44% dei redditi pensionistici (141 miliardi di euro contro i 180 miliardi degli uomini) e rimangono numerose nelle classi di reddito pensionistico più basso (fino a € 1500 mensili), mentre gli uomini sono presenti per il 70% nell’ultima classe di reddito oltre i 3.000 euro mensili. La differenza nei redditi da pensione è strettamente collegata anche al tipo di prestazione percepita: molte pensioni anticipate per gli uomini con una notevole anzianità lavorativa e contributiva; poche, invece, per le donne che, in generale, sono titolari di pensioni di vecchiaia e/o di pensioni ai superstiti. Le differenze maggiori si riscontrano proprio per le pensioni di vecchiaia e di invalidità con un divario di genere intorno al 50% che, pur riducendosi, si attesta intorno al 20% anche per le pensioni anticipate. Solo per le pensioni ai superstiti, l’importo percepito dalle donne è maggiore, in media, di quello degli uomini, per il fatto che, quando il dante causa è uomo, la pensione originaria su cui viene calcolata la reversibilità è mediamente superiore e l’ammontare ottenuto difficilmente è assoggettato a riduzioni consistenti tenuto conto dei redditi personali delle donne, di norma, abbastanza contenuti. Il tema dell’adeguatezza delle pensioni, cruciale per tutti, soprattutto di quelle liquidate con le regole di calcolo del sistema contributivo in presenza di lavori intermittenti e a bassa retribuzione, diventa particolarmente critico per le donne.

La mancata previsione del Trattamento minimo, facendo venir meno un importante
elemento solidaristico, provoca, infatti, squilibri molto forti nel nostro sistema previdenziale
con un apice nell’evento inabilità o morte, quando, appunto, l’entità delle pensioni correlate
(di inabilità e ai superstiti) è determinata interamente secondo le regole del sistema
contributivo. A queste ragioni e al quadro complessivo offerto dall’Inps, viene spontaneo aggiungere che, sotto il profilo pensionistico, le donne risultano doppiamente penalizzate, non solo nel primo pilastro obbligatorio, ma anche nella Previdenza Complementare. Secondo l’ultima Relazione annuale della Covip, i fondi pensione accolgono platee di lavoratori forti, mentre, le donne, più fragili dal punto di vista lavorativo, ma più bisognose di costruirsi un futuro previdenziale, faticano ad entrare nel mondo della previdenza complementare. Nel 2022, la composizione degli iscritti continua ad essere caratterizzata da uno sbilanciamento di genere: gli uomini rappresentano, infatti, circa il 62% del totale e le donne, in crescita solo di 0.5 punti percentuali, sono particolarmente sottorappresentate
nei fondi negoziali contando soltanto per il 38,2% del totale. Anche la contribuzione
versata dalle donne ai fondi pensione di riferimento è, in media, inferiore del 20% rispetto
a quella degli uomini.

Sul versante della rendita finale, per effetto dei minori accantonamenti derivanti dalle singole storie lavorative/retributive, si replicano, quindi, le medesime ricadute negative del primo pilastro. L’aggravante è che la conversione del montante in rendita, effettuata con tecniche strettamente assicurative sulla base delle tavole di mortalità distinte per sessi, determina che, anche a parità di condizioni (entità del patrimonio contributivo individuale, durata di iscrizione, età, ecc.), la rendita pensionistica di una aderente donna sarà certamente di importo inferiore a quella di un aderente uomo per via della più elevata aspettativa di vita . Medesime ricadute si hanno sulla rendita reversibile quando il beneficiario superstite è una donna (coniuge o figlia). L’effetto negativo si ripercuote sia sulla rendita pensionistica più bassa per il titolare e sia sull’importo della reversibilità.

E’ evidente come l’andamento del divario reddituale tra uomini e donne sia una
conseguenza diretta delle differenze nella durata e continuità della vita lavorativa, così
come della retribuzione oraria e dei tempi di lavoro; circostanze aggravate anche dalle
modalità di organizzazione della vita familiare che contribuiscono a creare ulteriore
squilibrio tra uomini e donne. Gli ultimi dati forniti dall’Istat ci dicono, infatti, che a gennaio
2024, l’occupazione femminile ha raggiunti livelli record con ben 10 milioni di occupate,
soprattutto nelle regioni del Sud dove si registrano saldi superiori a quelli delle regioni più
ricche, ma la parte più consistente si concentra nelle fasce di età più adulte, tra i 55 e i 64
anni, e in quella più giovane, tra i 25 e i 34 anni, mentre nelle fasce di età centrali, tra i 35
e i 44 anni, l’occupazione è addirittura diminuita con un calo pari circa al 12%. E questo la
dice lunga sulla carenza di supporti e servizi alla famiglia proprio nel momento della
nascita e crescita dei figli: il carico familiare, che rimane ancora appannaggio delle donne,
è anch’esso dimostrato, non a caso, dall’analisi dell’Inps sui dati relativi all’utilizzo dei
congedi parentali e di paternità: nel primo caso, le richieste delle donne coprono oltre
l’80% del volume totale, soprattutto nei primi tre anni di vita del bambino; nel secondo, i
dati non sono ancora soddisfacenti seppur in graduale aumento per il numero dei padri
che nel corso degli anni hanno aderito alla misura, passando dal 19% del 2013 al 64% del
2022.

Anche questi dati non sono più una novità. Sappiamo che nel nostro Paese, il lavoro di
cura non è equamente distribuito tra i due generi e il tema della conciliazione dei tempi di
vita e di lavoro è prettamente femminile, aggravato dall’insufficiente copertura sul territorio
di servizi sociali destinati ai bambini, ai disabili, agli anziani, ai non autosufficienti. E’
altrettanto noto, purtroppo, che, in relazione all’evento maternità sono frequenti i fenomeni
di dimissioni volontarie dal rapporto di lavoro da parte delle donne proprio per
l’impossibilità di conciliare vita familiare e lavoro. Ma anche quando si affronta il problema della denatalità, il tema dell’offerta dei servizi, molto debole e insufficiente, ritorna preponderante e rappresenta il nodo cruciale per un vero e proprio riscatto delle donne e delle famiglie. In una recente indagine dalla Fondazione Magna Carta sulle cause della denatalità, è emerso che, per almeno il 75% degli under 35, tra le motivazioni più forti che li portano a decidere di non avere figli o di rinviare la scelta di diventare genitori, c’è proprio la preoccupazione di non riuscire a gestire con equilibrio la propria vita professionale con quella privata. Parallelamente, tra le misure di welfare aziendale più apprezzate dai lavoratori giovani ci sono proprio i campi estivi, i contributi per asili nido, ecc.

La fotografia che i dati analizzati dall’Inps ci restituisce, conferma come i divari di
genere costituiscano una vera e propria problematica da affrontare con urgenza, ma con
un’ottica diversa rispetto a quanto non sia stato fatto fin ad oggi: risolvendo, cioè, i veri
problemi che stanno dietro alle differenze tra i generi e cercando di evitare il proliferare di
una comunicazione superficiale e anche un po’ banale, intenta soltanto a rappresentare la
donna come la povera “Cenerentola” di turno. Come più volte precisato nella ricerca,
anche se molti passi in avanti sono stati fatti, le ricadute del fenomeno sulle persone, sulle
famiglie e sull’intera società sono rilevanti soprattutto se consideriamo le reali cause: una
cultura patriarcale che ancora condiziona i rapporti familiari e sociali; un’organizzazione
del lavoro regolata in base a criteri che rendono difficile la conciliazione dei tempi di vita e
lavoro; una grave mancanza di servizi territoriali di sostegno alle famiglie, soprattutto di
quelli per l’infanzia e per la non autosufficienza.

Per una volta, proviamo a ribaltare il ragionamento e ad andare dritti al nodo dei problemi.
Nell’evento organizzato dal CIV Inps, il tentativo è stato fatto avendo consegnato
all’attenzione della politica, del mondo sindacale e delle associazioni, numerose e
concrete sollecitazioni. L’occasione ha favorito un’intensa discussione da cui,
unanimemente, è scaturito un preciso impegno verso la piena affermazione della
condizione lavorativa femminile seguendo una nuova logica; quella, cioè, del
potenziamento di misure e servizi a favore della famiglia, che sostengano e incentivino
uomini e donne durante la loro vita attiva attraverso un lavoro soddisfacente sotto il profilo
economico e normativo, ma anche della propria realizzazione professionale. E’
necessario costruire le condizioni perché le donne, così come gli uomini, di oggi e del
futuro, prossimo e più lontano, non siano più costretti a considerare il lavoro alternativo
alla nascita dei loro figli e all’impegno duraturo nel tempo per la loro crescita.

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