In quello che sembrava un intelligente dibattito sulle modalità di concessione della cittadinanza italiana figli di immigrati nati in Italia, in base all’universale norma dello ‘ius soli’, si è inserita la proposta di adottare invece lo ‘ius scholae’ (o più recentemente lo ‘ius Italiae’ di durata di dieci anni) intendendo così legare opportunamente, si diceva, la cittadinanza non solo all’evento automatico, fisico e naturale, del luogo di
nascita sul nostro suolo nazionale, bensì ad una compiuta assimilazione della civiltà italiana, che verrebbe assicurata attraverso la frequenza dell’obbligo scolastico oltre i diciotto anni.
E invece, questa alternativa dello ‘ius scholae’, apparentemente opportuna, si rivela, a ben pensarci, solo ingiusta e crudele, perché finalizzata solo all’allungamento dei tempi per la concessione della cittadinanza. Si rivela così per quello che essa è realmente: una bieca proposta che umilia la scuola e insieme gravemente danneggia il figlio di immigrati, nato in Italia, ma non riconosciuto italiano a causa dei suoi genitori, nonostante egli sia nato tra noi ed i suoi occhi ed i suoi polmoni si sono aperti alla vita in Italia. Il rinvio di oltre diciotto anni per la è una evidente cattiveria contro il neonato, che viene ad arricchirci in una fase di drammatica denatalità nazionale, e subisce, invece, una sanzione a causa dei suoi genitori, mentre le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, se pure fosse una colpa essere emigrante.
Eppure, sulla tessera d’identità o sul passaporto e nei documenti ufficiali, subito dopo il nome è indicato non quello dei genitori, ma il luogo di nascita, che ne determina universalmente la nazionalità. Questa prassi, però, viene sospesa in Italia e non è più il luogo della nascita a definire la nazionalità, ma quella dei genitori. E invece è il territorio che connota tutto ciò che nasce nel suo seno, come anche i singoli territori locali registrano come propri cittadini i loro nati, e non sono i municipi abbandonati dai genitori a registrarlo. Il neonato finisce per non avere né la nazionalità dei genitori, né quella italiana, ma è condannato a essere praticamente un apolide, e poco manca che gli si stampi sul braccio un numero o una sigla indelebile, per segnalare la sua estraneità.
Siamo ai tristi pogrom della peggiore storia di discriminazione e disumanità. Voler sostituire la scuola al luogo di nascita, come fondamento della cittadinanza, è cosa che appare
dunque saggia e ragionevole, e invece è del tutto innaturale e umilia il territorio, a cui viene sottratto il diritto di etichettare tutto ciò che esso produce, come suo grande merito, ed umilia la stessa scuola, che è estranea e contraria al processo di produzione in serie di nuovi cittadini italiani, con lo stampo tronfiamente nazionale, come vorrebbero gli aberranti sistemi autoritari. La formazione civile di un cittadino è soprattutto un’apertura all’umanità universale, e solo per incidens di una certa nazione, come modalità accessoria di inserimento in quella universale, ed essere cittadino del mondo è il modo migliore ed
eccellente di essere anche cittadino italiano.
Del resto lo stampo ‘made in Italy’, neppure esiste e non è mai stato confezionato dalla scuola, che deve trovare gli strumenti con i quali lo studente si autoforma liberamente come cittadino, senza sottomissioni a modelli confezionati e propinati dall’alto, ma nella libera acquisizione di un modello nobile di umanità, che invera, ma anche supera, gli ambiti nazionali. Del resto, immaginare una scuola che imprima lo stampo di un modello nazionale è roba da lager, non luogo di umana e libera formazione. E che differenza v’è, allora, tra l’alunno nato in Italia da stranieri e quello da italiani? La lingua si apprende in casa, ma anche per strada, con i compagni, con la TV, e il ragazzo straniero diventa anzi naturalmente bilingue. La scuola fornisce la grammatica e la sintassi, strumenti strutturali di consapevolezza linguistica, non la base dell’uso linguistico, fornita dal territorio. L’Italia dovrebbe apprezzare questa maggiore competenza linguistica portata nella scuola dai ragazzi stranieri e non penalizzarli negando loro un’immediata cittadinanza. O dovremmo, altrimenti, adottare il criterio universale di concedere la cittadinanza anche ai figli di italiani solo dopo aver anche loro concluso l’iter scolastico, confermato da apposito, aleatorio e selettivo esame di ammissione nella nazione italiana.
E invece, occorre riflettere che quanto più obbligante e burocratica rendiamo questa conquista di cittadinanza, tanto maggiore diventa l’astio contro di essa, produttrice di rancore per l’incombenza autoritaria della ‘concessione’ e non per diritto. Tutta la negatività dell’operazione di ritardo è, evidentemente, causata dalla meschinità di non accettare lo ‘ius soli’ verso chi è venuto a vivere tra noi e ci porta come dono fondamentale altre vite, di cui abbiamo immenso bisogno. Non potendo negare in assoluto il diritto di cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano, lo si rinvia e rende aleatorio e vessatorio, invece di fare gioiosa accoglienza civica al primo vagito della nuova creatura, che respira la nostra stessa
aria e chiede di essere accolto, per rendersi degno ed utile concittadino. Il neonato è sempre, e specialmente in questi ultimi tempi di carenza, un dono della vita, e va accolto con vera gioia lì dove è nato, indicato da sempre negli atti anagrafici, in quelli storici e culturali come prima connotazione per ogni uomo. Al neonato appartiene intimamente il luogo di nascita, che resterà per tutta la sua vita la sua ‘madre terra’ e la sua ‘patria’, perché la terra natia è per tutti gli uomini madre e padre civile, mentre nei documenti ufficiali la maternità e paternità biologica neppure viene citata.
Nel caso di rifiuto dello ‘ius soli’ quale sarà la nazionalità del bambino per diciotto anni e come si potrebbe negare che sia nato in Italia? Del resto nessun’altra nazione potrebbe affermare il falso, registrando come propria una nascita avvenuta altrove. Eppure si usa la certificazione di ‘origine controllata’ per i prodotti agricoli ed industriali, dovremmo, invece, per la nascita di un ‘rampollo umano’ non certificarne la provenienza a causa di una pulsione razzistica contro gli immigrati? Il luogo di nascita ha tanta importanza, che alcuni genitori fanatici si trasferiscono per il parto e l’iscrizione anagrafica in una città più nobile, che sia di ornamento al nuovo nato e gli segni il destino. Chi propone lo ‘ius scholae’ non ha presente, per scarsezza culturale, i tanti famosi riferimenti letterari e storici, che fanno della terra natia il luogo dell’ininterrotto legame affettivo di ogni persona. Non è così per
la scuola, che anzi spesso essa è rappresentata ostilmente, perché autoritaria, istituzione burocratizzata che assoggetta i cittadini, ed in questo aberrante contesto si tenta di affidare, ad una scuola deviata, l’acquisizione della cittadinanza italiana.
Ugo Foscolo, nato nell’isola di Zante in Grecia, da padre veneziano e madre greca, usa espressioni dolcissime verso la sua terra natia oramai lontana, “le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque”. E Francesco Petrarca affettuosamente si chiede: “non è questo il mio nido, – ove nudrito fui sì dolcemente?- Non è questa la patria in ch’io mi fido,- madre benigna e pia, che copre l’un e l’altro parente?” (da ‘Canzone all’Italia’). Ed invece, i disacculturati governanti nostrani vogliono cancellare questo sacro vincolo, togliere
un diritto di natura e trasformarlo in una concessione burocratica, da ottenere sottoponendosi a chi comanda. Costoro meritano che a loro venga, a buon proposito, ritirata la cittadinanza italiana, infangata in tale maniera da queste leggi. Che, del resto, sono anagraficamente ed umanamente assurde, perché la città di nascita ‘marchia’ ogni
cittadino e in qualche modo condiziona la sua identità (meridionale, toscano, milanese, ecc.) e l’accompagnerà, come elemento di spinta o di freno promozionale, nella considerazione sociale. Il suolo natio è oggetto di orgoglio, se gode di molta stima pubblica, o di tenerezza, se è un luogo umile. Ma difficilmente si crea ostilità o estraneità con esso. E al neonato da genitori emigrati si dà non il ‘benvenuto’ rituale del luogo che l’accoglie, ma l’offesa discriminante della sua esclusione dalla comunità nazionale.
Peccato che, evidentemente per desiderio pacifico di compromesso, anche i sostenitori dello ‘ius soli’ si siano spesso acconciati ad accettare anche lo ‘ius scholae’ (o lo ‘ius Italiae’) pur di concedere il giusto diritto ai nati in Italia da immigrati. Così, però, non si fa giustizia, ma solo una minore ingiustizia, che non è priva dell’originaria cattiveria dell’umiliazione insita nella negazione dello ‘ius soli’. La battaglia civile deve essere integra e netta, perché trattasi del primo rispetto dovuto ad un essere umano che, per nostra fortuna, in un
grave prolungato passaggio nazionale di decremento demografico, viene a nascere in questo nostro paese, che è nostro solo per lo stesso diritto di esservi nati. E siccome il padre è ‘semper incertus’, tutti dovrebbero essere teoricamente di padre ignoto e non dovrebbe condizionare la nazionalità del neonato, decisa correttamente dal solo ‘ius soli’.
E invece, al bambino che nasce si ‘appioppa’ la paternità dell’immigrato come discrimine, esclusione e condanna ad una identità di ghetto. Come si fa ad affermare “sei nato in Italia, ma non sei italiano”? Deve il neonato maledire i suoi genitori, o non piuttosto gli oppressori dei suoi genitori ed anche suoi?
Sarebbe un giusto contrappasso se tutti i figli di stranieri andassero via dall’Italia e la lasciassero al suo destino di invecchiamento e spopolamento. Molto probabilmente l’arma della discriminazione razziale, attivata da noi, farà, scuola anche presso le nostre vittime, che impareranno a ritorcerla verso i nostri sempre meno numerosi discendenti italici. Sono così fugaci e ribaltabili i destini dei popoli!
