Il lavoro è tra i principali terreni dove registreremo l’effetto combinato delle grandi trasformazioni in atto: demografica, climatica e digitale. E il nostro Paese è in tremendo ritardo, se non si torna ad investire avendo una visione d’insieme del Paese, perderemo terreno prezioso raccogliendo solo gli effetti negativi, tipici di chi viene marginalizzato dal gorgo dell’innovazione.
Il disastro sociale, economico e politico che si sta consumando nell’ex-Ilva, oggi ArcelorMittal, sta facendo emergere tutte le contraddizioni del sistema Paese e quanto l’Italia, nonostante tragga gran parte del suo benessere dall’Industria, abbia nei suoi confronti un atteggiamento che se va bene è indifferente, vedi l’affaire FCA-PSA se non anti-industriale come nel caso dell’ex-Ilva.
Abbiamo oltre 160 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico dove a fare purtroppo la parte del leone sono le aziende metalmeccaniche, da Sider Alloys, Arcelor Mittal (ex Ilva), Whirlpool a Bekaert, Blutec, Jabil, Firema, Jsw… Sta finendo la cassa integrazione e in molti casi partiranno i licenziamenti. Stiamo parlando di 90-200mila lavoratori che, a seconda di come si risolveranno queste vertenze, rischiano di rimanere a casa. Una situazione che rischia di trasformarsi nella tempesta perfetta per l’Italia, se non si rimette subito  al centro il lavoro e l’industria.
Il Pil è a zero e la cassa integrazione cresce vertiginosamente anche nelle aree che prima tiravano l’economia. La politica del pensiero corto, quella che gratta la pancia alle persone, sta facendo arretrare il nostro Paese che vive grazie alle esportazione e al benessere che crea la nostra industria. Il 52% dell’export e gran parte dei 47,5 miliardi di surplus commerciale che il nostro Paese ha realizzato lo scorso anno vengono dall’industria metalmeccanica. Essersi buttati sull’elettoralismo dei sussidi ha un conto salatissimo, un conto che se non ci diamo una sveglia rimettendo al centro il lavoro e l’industria pagheremo tutti, non solo i lavoratori delle aziende coinvolte. La vicenda ArcelorMittal è sulle pagine e sui siti dei principali quotidiani internazionali, un danno che pagheremo non solo in termini di credibilità ma soprattutto di attrattività degli investitori esteri.
Anche i decimali di aumento dell’occupazione fanno il paio con le ore lavorate in forte calo: 2,3 miliardi di ore in meno rispetto al 2007 e la crescita del part-time involontario. A questo si aggiunge una crescita della cassa integrazione. L’Inps segnala un +52% delle richieste di cassa a settembre con un boom delle ore di “straordinaria” anche nelle zone che avevano trainato l’export.
I tanti, troppi infortuni sul lavoro, sono un segnale della crisi e della scarsa attenzione al mondo dell’impiego. Ci stiamo imbarbarendo e il deficit della cultura della sicurezza è solo uno dei segnali. Abbiamo superato i 700 morti da gennaio, centinaia di migliaia di infortuni, negli ultimi 10 anni sono morte 17mila persone sul lavoro. È una carneficina inaccettabile e l’indignazione passiva a ogni decesso non dà alcun contributo alla sicurezza. Bisogna partire dalle scuole ed educare al valore della sicurezza e della vita sia chi farà il lavoratore ma soprattutto chi farà l’imprenditore.
Nel Centro Nord la deindustrializzazione è iniziata, nel Sud siamo alle battute finali. Carenze di infrastrutture, accesso al credito, burocrazia, costo dell’energia, criminalità organizzata, scoraggiano gli investimenti e fanno scappare quelli presenti. Quando si sente un sindaco proporre la nazionalizzazione di uno stabilimento di lavatrici, capisci quanto la demagogia cerchi di sostituire un totale analfabetismo lavorista e industriale.
Il caso ArcelorMittal ha messo nudo l’incapacità della nostra politica di capire le dinamiche internazionali, fornendo un alibi clamoroso all’azienda; alibi che pagheremo pesantemente, al calo della domanda di acciaio, è troppo conveniente e facile sul piano politico dire che la produzione dello stesso non si concilia con l’ambiente, piuttosto che lavorare come è stato fatto in tutt’Europa per rendere sostenibile sul piano ambientale e sociale la produzione siderurgica. I dati dell’European Steel Conference rappresentano un mercato dell’acciaio in picchiata. Crolla la domanda d’acciaio e in parallelo assistiamo ad un boom delle importazioni. I tre nodi sono: la crisi dell’auto, la guerra commerciale tra Cina e Usa e la sovraccapacità produttiva di acciaio con i limiti dell’antitrust europeo che verifica le posizioni dominanti solo a livello continentale, dimenticando che il primo produttore rischia di chiamarsi: importazioni asiatiche.
Anche la vicenda FCA-PSA, nel nostro Paese, la mossa di inserire in legge di bilancio la tassa sulle auto aziendali, che sono circa il 40% del mercato interno, la dice lunga, e fa il contro purtroppo con le politiche spot ed eco-bonus che gestisce la  grande transizione in atto nella mobilità e nel digitale. Abbiamo l’1% di colonnine per la ricarica (la gran parte a basso voltaggio e ricarica lenta), rispetto al resto d’Europa.
Serve una politica che guardi al futuro della mobilità sostenibile che tenga conto delle infrastrutture e delle normative necessarie, accompagnando il settore dell’automotive e i lavoratori coinvolti verso questa transizione. La carenza di tutto ciò in Italia sta rinviando le scelte di acquisto dei consumatori mettendo in crisi l’intero settore.
I trumpiani italiani non sanno che i lavoratori italiani stanno pagando la guerra commerciale e i rigurgiti pro mondo chiuso della demagogia sovranista.  Servono armi pari su commercio internazionale, emissioni, sostenibilità. L’antidumping europeo è sempre stato frenato dai paesi che avevano stabilimenti in Cina, come la Germania, o si recupera una visione europea a livello industriale o quella nazionale farà perdere tutti.
ArcelorMittal ha annunciato la chiusura degli altoforni in Spagna, Germania e Polonia, a cui oggi si sta aggiungendo l’Italia. Il caso dell’ex-Ilva è significativo di una politica che invece di lavorare per il risanamento e la sostenibilità della più grande acciaieria d’Europa si mette di traverso senza proporre nessuna reale alternativa. Stiamo parlando di 3,6 miliardi di euro di investimenti per bonifiche e rilancio industriale, che rischiano di essere vanificati con uno stabilimento in cui è ancora sotto sequestro l’area a caldo, in cui la magistratura ha chiesto il fermo dell’Afo2 (altoforno) in una Regione in cui il governatore è esperto su che cosa devono fare gli altri ma assente sulle sue responsabilità e che durante la gara a evidenza europea non ha fatto segreto di preferire l’altra cordata. Lo stabilimento perde due milioni di euro al giorno, va messo a norma secondo le prescrizioni Aia. La scelta di un esterno al gruppo come a.d. sembra più dettata dal proteggere i propri manager, per il dopo 3 novembre, giorno in cui l’azienda sarà libera da vincoli e impegni, che il lavoro. Il rischio è assestarsi su un ripiegamento industriale e occupazionale come prologo al disimpegno totale nel nostro Paese, dando all’azienda un alibi clamoroso per farlo.
La politica prenda consapevolezza dell’importanza dell’industria e occorre cancellare l’approccio ideologico sulle questioni del lavoro. Questo Paese ha bisogno di riforme profonde che detassino il lavoro e spingano gli investimenti. La cassa integrazione è cresciuta del 51% (a settembre), 75% su base annua e cresce soprattutto la straordinaria (+698%), quella che spesso è la vigilia dei licenziamenti. Frenano le esportazioni e frena il Nord: +175% di cassa integrazione a Nordovest, + 698% a Nordest. Cresce il lavoro a termine e aumentano i part-time obbligatori, servono tutele serie, non la demagogia del decreto dignità che ha aumentato la precarietà e la norma anti-delocalizzazione in esso contenuta non ha sortito a oggi alcun effetto.
Siamo un Paese record per la sua patrimonializzazione del risparmio, denaro che sta sempre più lontano dagli investimenti. Gli impresari della paura e gli antindustrialisti aiutano la metabolizzazione di un futuro catastrofico. Non chiediamoci poi, perché immobilizziamo capitali e non li investiamo nell’economia reale. Bisogna ripartire con il Piano Industry 4.0, rilanciare i competence center e i digital innovation hub, lavorare seriamente sui venture capital e costruire piani specifici per Pmi e microimprese, soprattutto per il Sud del Paese.
Una prima cosa da fare subito? Mettere insieme una “rete italiana per l’innovazione” per le eccellenze che abbiamo, i nostri “Fraunhofer” come il Cefriel di Milano, Fbk di Trento, Link di Torino, S.Anna di Pisa, Cira di Caserta e dall’altro le Academy come Ios, Deloitte, Cisco a Napoli, realtà come Human Tecnopole a Milano  sul digitale. Ridare slancio ai competence center, è partito solo il Made a Milano,  ma bisogna andare più spediti. L’Italia spende zero sull’orientamento scolastico e lavorativo e poi ci si lamenta dello skill mismatch. Il disallineamento tra la professionalità richiesta e quella disponibile è causa di disoccupazione.
Non solo, è uno spreco di energie e aspirazioni vergognoso. Serve essere consapevoli della portata della grande trasformazione e che non è la tecnologia che cancella i posti di lavoro ma proprio la sua mancanza. La politica italiana è spesso incompetente e usa la tecnologia e i robot come elementi terrorizzanti. I politici in altri paesi studiano e sfidano l’impopolarità. Bisogna ripartire dal lavoro, e dai lavoratori. Questi devono essere più esigenti con la politica. Il sindacato rappresenta l’incrocio formidabile in questa grande trasformazione per poter orientare a un lavoro “ben fatto con gli altri”.

L’autore è segretario generale della Fim Cisl

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