L’autore è professore presso l’Università Federico II di Napoli e SVIMEZ, Coordinatore Osservatorio Economia e Società del Comune di NapoliComuni, risorse e disuguaglianze in Italia.
C’è una domanda che attraversa il dibattito sulla finanza pubblica italiana e che raramente trova spazio nel discorso politico: quanto hanno pagato i Comuni il prezzo del risanamento? La risposta, documentata con precisione dal numero 2 di Eutopica, Rivista di ALI, è scomoda[1]. Tra il 2011 e il 2018 i Comuni hanno contribuito al consolidamento dei conti pubblici per oltre 12 miliardi di euro, pari a circa un quarto della loro spesa corrente. I tagli hanno colpito con particolare durezza i grandi centri urbani e i comuni del Mezzogiorno, aggravando un divario territoriale già strutturale.
In parallelo, i trasferimenti erariali si sono ridotti drasticamente — dal 30% all’8% delle entrate correnti tra il 2010 e il 2018 — mentre la pressione fiscale locale saliva dal 24% al 35%. Il risultato è un indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie che, sommato a salari stagnanti e costi energetici crescenti, contribuisce a spiegare una parte significativa della stagnazione della domanda aggregata italiana. Il locale e il nazionale si tengono, molto più di quanto ammettano le analisi separate dei due livelli.
Il cantiere del federalismo fiscale
Avviato con la riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 e sviluppato con la legge delega n. 42 del 2009, il federalismo fiscale italiano ha un’architettura chiara sulla carta: superare il criterio della spesa storica — che cristallizzava le inefficienze del passato — per ancorare il finanziamento delle funzioni fondamentali degli enti locali a fabbisogni standard e capacità fiscali, garantendo contestualmente l’erogazione uniforme dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) su tutto il territorio nazionale. Strumento cardine di questo disegno è il Fondo di Solidarietà Comunale (FSC), attivo dal 2012, che dal 2015 ha progressivamente sostituito la spesa storica come criterio redistributivo. Nel 2025 la componente standardizzata ha raggiunto il 60% del totale delle risorse, pari a circa 2,6 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi redistribuiti in perequazione orizzontale tra comuni.
I dati del decennio 2015–2025, relativi ai 6.557 comuni delle regioni a statuto ordinario, mostrano risultati incoraggianti ma ancora insufficienti. L’effetto perequativo ha spostato complessivamente 844 milioni di euro di risorse storiche: positivo per i 2.856 comuni del Centro-Sud (che rappresentano il 52% della popolazione), negativo per i 3.701 del Centro-Nord. Eppure, le correzioni introdotte dalle leggi di bilancio per attenuare i tagli ai comuni penalizzati hanno prodotto un paradosso: perpetuare, almeno in parte, le disuguaglianze storiche invece di ridurle. Il rimedio ha finito per attenuare la cura. Nel 2024, la spesa sociale media nei comuni del Sud si fermava a 106 euro pro capite, contro una media nazionale di 122 euro.
Il buco da cinque miliardi: la riscossione che non funziona
Se la perequazione è un cantiere in progress, la riscossione locale è un’emergenza conclamata. Nel periodo 2017–2023, il comparto municipale ha mediamente incassato solo l’85% del gettito teorico di IMU/TASI, TARI e addizionale IRPEF. Il risultato è un buco annuo di oltre 5 miliardi di euro.
Ma è il gradiente geografico a colpire davvero: i comuni del Nord superano il 90% di efficienza nella riscossione dell’IMU, quelli del Sud si fermano al 60%. Questo divario dipende dalle variabili osservabili — reddito, dimensione del comune, base imponibile, livello dei trasferimenti — e non da fattori culturali o sociologici, come spesso si tende a semplificare. Non è un problema di mentalità: è un problema di capacità amministrativa e di risorse. A questo si aggiunge la crescita delle entrate “minori” — cresciute del 17,1% tra il 2016 e il 2023 — che segnala come molti comuni stiano compensando il calo dei tributi principali con proventi più fragili e meno strutturali.
Il dissesto finanziario racconta la stessa storia in termini più drammatici: circa l’80% dei casi si concentra nelle regioni meridionali, in particolare Campania, Calabria e Sicilia. Le cause più frequenti, presenti in oltre l’80% dei dissesti, sono la cattiva gestione del bilancio e la scarsa capacità di riscossione delle entrate, quasi sempre combinate.
La governance europea e il coordinamento multilivello
Il quadro si complica ulteriormente se si guarda alla nuova governance fiscale europea. Le regole ridisegnate dopo la revisione del Patto di Stabilità si fondano su due pilastri: la programmazione pluriennale (piani strutturali di 5 o 7 anni) e il riferimento alla dinamica della spesa primaria netta come indicatore unico di sorveglianza. Questa nuova architettura ha implicazioni dirette per la finanza locale italiana: la decisione su quanto gli enti territoriali debbano contribuire agli obiettivi nazionali non può più essere il frutto di tagli lineari decisi a Roma. Deve diventare il risultato di un processo istituzionale trasparente, con il pieno coinvolgimento degli enti, un orizzonte effettivamente pluriennale e un benchmark chiaro sulla dinamica della spesa primaria netta per livello di governo.
Rifondare il coordinamento della finanza pubblica multilivello non è solo una questione tecnica: è una condizione politica perché il federalismo fiscale italiano, il comparto più dinamico e resiliente dell’intera architettura istituzionale, smetta di essere un cantiere perpetuamente incompiuto. Restano due priorità assolute, su cui l’impulso politico è ancora insufficiente: la definizione operativa dei LEP — i livelli essenziali delle prestazioni che lo Stato deve garantire ovunque — e il completamento della perequazione infrastrutturale, senza la quale le disuguaglianze tra territori non si riducono, semmai si consolidano. Il futuro del federalismo italiano si gioca qui: nella volontà di tradurre principi costituzionali in un sistema che sia, insieme, equo, efficiente e sostenibile.
[1] Il presente contributo è un estratto della relazione svolta nell’ambito del convegno organizzato in data 20 maggio da ALI a Napoli presso la sala consiliare del Comune di Napoli. La relazione evidenzia i punti salienti del numero 2/2026 della rivista Eutopica: https://www.eutopicamagazine.it/archivio/finanziare-il-futuro-territori-tra-equita-e-autonomia .


