“Un’ottima notizia per l’equità e la solidarietà e una cattiva notizia per i paradisi fiscali”. Così Olaf Schulz, il rappresentante tedesco, ha definito l’accordo sulla tassazione minima globale raggiunto a Londra dal G7.  E “storico” è la definizione più ricorrente, ripresa anche dal Presidente Draghi, che ne sottolinea l’obiettivo di “maggiore equità e giustizia sociale”. Di che si tratta?  Di due interventi fiscali: una aliquota minima di almeno il 15% applicata alle grandi compagnie multinazionali, e una tassa del 20%, applicata nei paesi dove avviene il guadagno, per i profitti eccedenti il 10%.

Gli addetti ai lavori sanno che dietro a questa importante decisione ci sono anni di lavoro politico, guerre commerciali e fatiche diplomatiche. Basta ricordare la controversa storia della web tax italiana: discussa a lungo in Parlamento, ma senza esiti; poi decisa, ma non applicata; poi reiterata in misura ridotta e, in ogni caso, con la spada di Damocle degli interessi americani da un lato e della incertezza europea dall’altro.

Il punto è che una tassa applicata a soggetti sovranazionali non ha efficacia se decisa da un solo paese; anzi rischia di essere controproducente perché stimola la formazione di paradisi fiscali sempre pronti ad offrirsi a vantaggiose e competitive condizioni. Non vale solo per i giganti del web, vale in generale per la tassazione d’impresa (si pensi, ad esempio, al controverso caso del settore del gioco legale). Da tempo, ormai, con la diffusione della globalizzazione dei mercati e della produzione, si discute della inadeguatezza del  concetto giuridico-fiscale di “stabile organizzazione” considerato come il parametro di riferimento valido per la definizione della tassazione di impresa. La crescita della dimensione digitale dei processi produttivi e commerciali, ha reso evidente che i luoghi della produzione, della commercializzazione e della vendita finale, ovvero i luoghi della formazione dei profitti, sono sempre più differenziati tra loro e mobili.

Google, Facebook, Microsoft e Amazon sono gli esempi più clamorosi. Anche se nel caso di Amazon, la crescita esponenziale delle consegne ha reso necessario realizzare diffusi magazzini di stivaggio che ha portato alla nascita di numerosi “impianti” che occupano migliaia di persone e che, di fatto, rientrano ormai nella stabile organizzazione, con la conseguente, almeno parziale, tassazione in loco. In ogni caso solo una regolamentazione sovranazionale consente di affrontare seriamente il problema.

Finora l’accordo è stato stipulato dal G7; bisogna ora coinvolgere altri soggetti decisivi, primo fra tutti la Cina. Tra qualche settimana si riuniranno a Venezia, sotto la Presidenza italiana, i ministri economici del G20. Sarà il primo banco di prova della tenuta di questa decisiva innovazione fiscale.

Come mai, dopo anni di difficoltà, si è arrivati a questa svolta? Sono due le ragioni principali. La prima è la pandemia. La crisi industriale che ne è scaturita ha reso clamoroso, socialmente e politicamente, lo scarto tra le differenti condizioni merceologiche. Tutti noi abbiamo vissuto, in questo anno drammatico, la esplosione delle piattaforme digitali e le abbiamo utilizzate come mai prima. La grandiosa crescita dei profitti di questi settori, mentre il grosso dell’economia soffre e necessita di ingenti entrate pubbliche per fronteggiare la emergenza, ha reso insostenibile, per la politica, tenere gli occhi chiusi. La pandemia ha provocato tanti guai alle persone, alle famiglie, alle imprese, alle comunità; ma come avviene per ogni tragedia storica collettiva, ha messo in moto processi che, per ragione o per forza, provocano scelte innovative e cambi di mentalità. L’accordo di questi giorni sulla tassazione d’impresa ne è la prova.

La seconda ragione è il cambiamento di atteggiamento dell’Amministrazione americana con il passaggio da Trump a Biden (solo pochi mesi fa l’Italia fu oggetto di interventi pesanti da parte di Trump relativi alla nostra decisione di avviare davvero la web tax). Questo diverso approccio può essere l’occasione per una revisione più complessiva della legislazione in chiave sovranazionale. Si pensi al clima e alla scelta di Biden di ritornare al tavolo della sostenibilità ambientale. Anche in questo ambito esiste una problematica fiscale importantissima. Molti paesi, tra cui l’Italia, continuano ad agevolare fiscalmente interventi ambientalmente dannosi. E’ il portato di una visione industriale tradizionale che si è evoluta negli ultimi anni. La vicenda di Taranto e del suo stabilimento siderurgico, e la  recentissima sentenza di condanna per disastro ambientale, ci fanno capire (al di là della opinione di merito che si può avere sulla congruenza di tale clamorosa decisione) quanto sia urgente una riflessione sulla natura degli investimenti e su come orientarlo, anche attraverso interventi fiscali.

Un esempio: le agevolazioni fiscali agli autotrasportatori per il gasolio quanto possono reggere? E quanto, invece, quelle risorse andrebbero spese per la riconversione ad elettrico o idrogeno? Se anche su queste materie ci fosse lo stesso approccio sovranazionale a favore di una fiscalità per la sostenibilità, sarebbe più facile raggiungere gli obiettivi previsti per il 2050, che mirano a una drastica riduzione delle emissioni. E il richiamo da più parti per estendere un simile percorso anche al lavoro e ai suoi diritti diventa un obiettivo da perseguire. Un nuovo ruolo per l’Europa che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ma che ha fatto della sostenibilità la sua cifra.

Questo accordo è, dunque, un vero successo politico; ma, per consolidarlo, dobbiamo intenderlo come l’inizio di un lungo e più ampio percorso. Daniele Franco, il nostro ministro dell’Economia, ha realisticamente dichiarato che per applicare davvero questa novità serviranno anni. Ma la strada appare tracciata. E se pensiamo che i due criteri ispiratori del più grande intervento europeo di sostegno alla economia, il NGEU, sono la transizione digitale e quella ambientale, sappiamo bene qual è la strada che dobbiamo percorrere.

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