Sono stati giorni di nomi, volti e numeri. Sono stati giorni di lacrime, rabbia e piazze. È stata una lunga onda emotiva quella scatenata dal barbaro femminicidio di Giulia Cecchettin, una lunga onda emotiva che dal giorno del ritrovamento del suo corpo, in una scarpata a margine del lago di Barcis in Friuli, è arrivata fin al 25 novembre, alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. È arrivata in quei cortei, in quei flash mob, in quei sit-in dove giovani e anziani, donne e uomini, papà e figlie, mamme con i propri ragazzi, cani al guinzaglio e passeggini hanno dato voce a chi voce non ce l’ha più e a chi ha bisogno di aiuto per poterla tirare fuori.

L’insostenibile assenza della (maggioranza) politica
Oltre 500mila persone. Una marea umana tinta di fucsia, a riempire il Circo Massimo di Roma, con cartelli e striscioni portati da casa. Lì, in mezzo a quella marea umana, tanta quanta se ne vede ormai solo ai concerti, a fare rumore c’erano solo Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Gualtieri.

Nessun esponente del governo, nessun rappresentante della maggioranza è riuscito a mettere da parte quei distinguo che li hanno tenuti lontani dalla piattaforma programmatica del movimento “Non una di meno”, ma soprattutto dal sentire del Paese. Non è solo questione di lotta al patriarcato, di femminismo, di tutela e rivendicazione di diritti. Lì, in quella piazza, il 25 novembre, c’era un Paese intero che chiedeva unità, che rivendicava la propria non-neutralità, che pretendeva rispetto per Giulia e per le altre 105 donne uccise dall’inizio dell’anno. Un Paese che non voleva silenzio, che non inseguiva risposte precostituite, che – in un’accezione morettiana del termine – non cercava protagonismi.

Noi siamo tempesta, Non chiederci più come eravamo vestite, Non un minuto di silenzio, ma un futuro di rumore” Sono questi i messaggi che la maggioranza della politica italiana non ha voluto né leggere né ascoltare. Eppure la presenza in quel corteo, tra quelle donne e quegli uomini, avrebbe potuto segnare l’inizio di un cambiamento culturale che solo può contribuire ad abbattere pregiudizi, a combattere stereotipi, ad educare al rispetto. Perché le leggi, a partire da quella che nel 2013 ha introdotto nel settore del diritto penale sostanziale e processuale una serie di misure, preventive e repressive, per combattere la violenza contro le donne per motivi di genere, hanno sì contribuito ad accendere l’attenzione sul fenomeno, ma non sono riuscite ad incidere sul suo ridimensionamento.

L’(in)utile conta delle vittime
In Italia non esiste una banca dati istituzionale che aggiorni in tempo reale i femminicidi compiuti nel Paese. E anche a distanza di un anno, nei report del Ministero dell’Interno e dell’Istat, può capitare che i numeri delle vittime di violenza di genere finiscano per non coincidere. Non esiste, infatti, una metodologia omogenea, né a livello nazionale né a livello internazionale. Per questo motivo, nel marzo 2022, l’agenzia Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) e l’ente per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (Un women) hanno approvato un set di 53 indicatori per rendere omogeneo il conteggio dei femminicidi nel mondo. Si tratta di un passo importante, perché la definizione di un fenomeno è il primo passo per capire come misurarlo e quali azioni intraprendere a livello politico.

Dal pink power di Barbie al bianco e nero di Paola Cortellesi
C’è una consapevolezza più matura e rabbiosa nelle giovani donne di oggi. Ho accompagnato con po’ di reticenza e tanta sana ingenuità mia figlia adolescente a vedere Barbie al cinema. Quattro mesi più tardi è stata lei a seguire me in sala a vedere C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Dal mondo plastificato e perfetto di Barbieland alla Roma scalcinata e polverosa del Secondo dopoguerra, la sorellanza, il femminismo, il senso di una lotta collettiva per il riscatto e il cambiamento sono stati i terreni che hanno animato il dialogo sottovoce tra me e mia figlia. Ho scoperto che nei meandri dei contenuti social che sfoglia con vorace distrazione, c’è la ricerca di influencer sui temi del femminismo, di contenuti sul patriarcato, di donne che hanno avuto ruoli centrali nella storia. C’è, soprattutto, una solidarietà di genere che farà la forza della futura sorellanza.

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