Tavola rotonda di apertura del percorso formativo di ReS Toscana, conclusioni di Pier Paolo Baretta.

Viviamo davvero un’epoca di grande transizione. Lo avvertiamo nei cambiamenti in atto: nella scienza, nel pensiero, nella morale, nelle nostre abitudini di vita quotidiana. Sappiamo quel che ci lasciamo alle spalle, intravvediamo alcune tendenze… ma non ci appare chiaro l’approdo di questo percorso. Siamo come in alto mare, senza una buona bussola e con mappe imprecise. Tutto ciò crea inquietudine, preoccupazione. Ma non demordiamo. Anzi, avvertiamo con più forza la nostra responsabilità.

Tanto più oggi, dopo la tragica quanto straordinaria vicenda della pandemia, dalla quale con fatica stiamo cercando di uscire – tra le troppe contraddizioni agitate da movimenti oscurantisti e ideologicamente fascisti –  sentiamo la urgenza di ripensare al futuro con parametri, paradigmi nuovi.

La crisi da Covid 19 ha clamorosamente reso evidenti i limiti di uno sviluppo sociale ed economico fondato su una diffusa disuguaglianza, su una eccessiva concentrazione delle ricchezze, su una assenza di governance globale, su un consumo ambientale irresponsabile. Il modello di crescita che ci ha portato ad uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali e delle persone non è in grado di rispondere alle emergenze contemporanee. Siamo già stati avvertiti di ciò. In questo inizio secolo, nel breve scorrere di vent’anni, abbiamo vissuto ben tre crisi globali.

Nel 2001 la crisi politica successiva all’attacco alle Torri Gemelle, che ha messo in campo la minaccia planetaria del terrorismo (che poi ha colpito nelle grandi città europee). La risposta militare, sia interna agli Stati, che esterna, attraverso conflitti locali, ha solo arginato il dilagare del fenomeno, ma non ha risolto – come dimostra la recente vicenda afgana – le cause profonde (culturali ed economiche) che ispirano la azione del terrorismo internazionale.

C’è, dunque, un deficit di governance. Il pallido, se non evanescente, ruolo dell’Onu nello scacchiere mondiale ne è la prova più evidente. Ma nemmeno il Fondo Monetario o la banca Mondiale giocano un ruolo adeguato alla situazione generale. L’Europa, che avrebbe molte caratteristiche per esercitare una leadership globale  (l’essere il primo mercato al mondo e condividere, almeno nella sua maggioranza, un modello pacifico ed integrato di convivenza)  ha saputo darsi delle risposte interne positive (il piano NGEU), ma non realizza un  analogo sforzo sul piano esterno.

Nel 2008 abbiamo subito la seconda crisi: un rilevante trauma  finanziario che ha messo a dura prova la tenuta economica e sociale. Allora tutti gli attori dichiararono che da quella crisi era necessario uscirne diversamente dal passato. Si capì, infatti, che la crescita non era infinita, come avevano teorizzato le politiche liberiste successivamente alla caduta del muro e che senza solidarietà e condivisione delle risorse non sarebbe stato possibile immaginare un futuro in grado di rispondere ai milioni di persone che, dai paesi cosiddetti emergenti, si affacciavano alla tavola globale, rivendicando il loro posto e la loro parte.

Ma la voglia di uscire dall’angolo stretto della crisi ha fatto privilegiare una politica di consumi che ha accentuato le divisioni e la disuguaglianze. Eppure l’andamento demografico, solo rallentato dal Covid, ci offre tutti gli elementi per capire che bisogna a cambiare.

Infine, nel 2020, la crisi sanitaria. Imprevista solo perché non si è voluto dedicare costose risorse alla ricerca degli effetti che la esplosione di contatti umani e degli scambi conseguenti alla accelerata dinamica globale poteva comportare. Il ratto della peste aveva fatto lo stesso percorso del Covid!

La capacità di trovare rapidamente una risposta attraverso la scoperta dei vaccini è un fattore molto positivo, ma la sua gestione e distribuzione sembra percorrere strade vecchie. In un mondo interconnesso la soluzione sta nella immunità di gregge globale; ma, comune si vede, siamo molto molto indietro su questa strada.

Dobbiamo aspettarci una quarta crisi? E’ già in atto ed è la crisi climatica ed ambientale. Tre crisi, di questa portata in vent’anni ed una strisciante dovrebbero bastare per decidere che così non va. La transizione, dunque, va vissuta come una occasione. Come la opportunità di mettere mano ad un nuovo modello di sviluppo. Come possiamo cogliere questa fase per impostare una nuova politica?

Penso che dobbiamo, innanzi tutto, forzare sulle condizioni favorevoli che questa epoca ci offre. A partire dal riconoscere che mai nella storia dell’umanità ci sono state a disposizione tante risorse tecnologiche e scientifiche che possono consentire di affrontate seriamente le questioni della alimentazione, della salute e del clima.

Per dire che una battaglia economica per un più efficace utilizzo delle conoscenze e una diversa e più equa distribuzione delle risorse non cozza contro la tradizionale teoria della scarsità. Semmai la questione della scarsità ha a che fare con lo spreco.

Nel nostro modello di consumi è diffusa la confusione tra benessere e spreco. Il benessere è un fattore positivo della crescita: migliorare le condizioni di vita delle persone deve essere un obiettivo generale, da condividere e diffondere; stimola l’economia e consente alle famiglie e alle comunità di perseguire uno scopo conveniente. Il meccanismo si inceppa quando, nella sua applicazione consumistica, si inserisce una dose eccessiva di surplus che trasforma la virtuosità del modello di crescita in una negatività, in uno spreco, non solo comportamentale, ma anche economico. Facciamo un solo esempio: lo spreco di energia elettrica derivato dall’utilizzo eccessivo di luci pubbliche e private. Un utilizzo più sobrio, non alternativo al piacere del godersi una abitazione o una città illuminata, consentirebbe un risparmio di risorse economiche che potrebbero essere opportunamente orientate a investimenti più ambientalmente sostenibili.

Alle risorse derivanti dalla tecnica e da un equilibrato utilizzo del benessere, dobbiamo aggiungere quelle finanziarie. La disponibilità di liquidità è molto rilevante e nella stessa finanza si accentua una riflessione a favore di una destinazione più sostenibile delle risorse finanziarie. E’ un processo lungo e contraddittorio, ma negli ultimi tempi ha fatto passi in avanti importanti. Gli investitori istituzionali, ad esempio, stanno sviluppando, anche nel nostro paese, piani di allocazione delle loro ingenti disponibilità tutti orientati verso la transizione ambientale ed energetica. Servono politiche pubbliche e fiscali più coraggiose e mirate, che stimolino questa tipologia di investimenti. In tal senso la scelta del NGEU non è solo la massa di soldi che vengono immessi nel percorso di resilienza post Covid, ma deve essere un determinante criterio di orientamento anche per i privati.

La disponibilità di risorse consente di approntare politiche di bilancio… sbilanciate verso la sostenibilità. Pensiamo ai sussidi ambientalmente dannosi (quasi 20 miliardi quelli italiani). Riorientarli per sostenere la transizione è possibile. Ma, allora, nelle politiche di bilancio vanno esplicitati i costi della transizione. Le imprese che si trasformano, i lavoratori che devono riconvertirsi professionalmente, gli enti locali che devono rigenerare il territorio, hanno bisogno di uno Stato che sostenga questo passaggio. Ne corso della pandemia questo sostegno pubblico è stato necessariamente basato sui sussidi. Ma, ora, si tratta di andare oltre.  I costi della transizione sono pesanti negativi quando prevale la inerzia nelle scelte; sono  positivi, tanto da trasformarli in investimenti, quando sostengono le difficoltà della trasformazione.

Si tratta, dunque, di un approccio culturale. Nella old economy, la Rolls-Royce, che di qualità se ne intendeva, aveva come motto: “la qualità è una attitudine mentale”. Possiamo ben utilizzare questo slogan e dirci che: la sostenibilità è una attitudine mentale. Questo è  lo spirito giusto per affrontare la transizione. Questo spirito può consentire di rovesciare magari un fortunato, ma sbagliato slogan, e parlare di “crescita felice”.

Nei momenti peggiori della pandemia abbiamo ripetuto continuamente che: “Nessuno deve essere lasciato solo” e che “ ne usciamo tutti insieme”. Ora che parliamo di post pandemia e che stiamo gestendo un positivo rimbalzo che  vogliamo consolidare, è il momento di tradurre in pratica quelle parole d’ordine.

Tutto ciò trova alimento dalla accresciuta sensibilità istituzionale e popolare sulla urgenza di cambiare il nostro modo di agire, di investire, di consumare. Questa estate abbiamo assistito ad un singolare percorso. Il G20 economia, tenutosi a luglio a Venezia, sotto la presidenza italiana, ha dedicato la giornata conclusiva proprio alla emergenza ambientale. In contemporanea, fuori dalle sale ovattate dei ministri, si svolgevano le manifestazioni di protesta. La singolarità sta  nel fatto che sia dentro, che fuori si parlava dello stesso tema e della urgenza di affrontarlo. Greta mobilita una marea di giovani in tutto il mondo; Papa Francesco con la enciclica “Laudato si” e, più recentemente, con “Fratelli tutti” ha definito una teologia della sostenibilità che si associa alle teorie economiche più avanzate. La verità è che, diversamente dal passato, sia pure con metodi diversi, Greta, Francesco, von de Leyen, Lagarde, Biden e Draghi,  hanno la stessa agenda. Lo ammettano o no, lo vogliano o meno, questa è la realtà odierna.

La comunicazione planetaria facilità questo processo. Si tratta di spingere con tutta la pressione democratica possibile perché questa presa di coscienza si traduca in scelte operative. La coesione e la partecipazione sono gli strumenti più efficaci per consentire che le politiche positive abbiano successo.

Questa riflessione pecca di ottimismo? Sì. Ma il pessimismo della ragione ha trovato così tanto alimento in questi anni e, in particolare, in questi ultimi due, che affidarci all’ottimismo della volontà è un esercizio politico doveroso e necessario. La transizione in quanto tale è aperta agli esiti più diversi.

Serve, dunque, una idea di futuro. Una visione. Non temiamo di sembrare astratti se parliamo di visione. Al contrario, manifestare una visione è il segno, il messaggio, che stiamo camminando nella giusta direzione. Sono i giovani i più predisposti a ciò. A loro, al loro futuro, dobbiamo un impegno totale; ma a loro dobbiamo affidare responsabilità. Maggiori responsabilità di quanto facciamo. 

Il profeta Giona (2:28) ha detto che ci dovrà essere un tempo in cui: “i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri  vecchi faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”. Il tempo giusto è questo? Ogni tempo è quello giusto per chi vuole battersi per un mondo migliore.

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