Un efficace strumento di obbligata coesione sociale è l’ideologia o il credo fideistico, che rende il gruppo coeso all’interno e refrattario verso l’esterno. E ciò fa comodo a chi detiene il potere in una comunità. La chiesa Cattolica recita quotidianamente da diciotto secoli (concilio di Nicea 325 e di Costatinopoli (381) il credo o simbolo apostolico, che si ripete immutato, come patto di reciproca fedeltà tra apice e base della comunità, con netta separatezza da ogni altra fede religiosa.
Nel credo si indica la ragione storica della unione e la direzione del destino collettivo in prospettive insieme rassicuranti e intimidatorie, commisurate su cosmologie apocalittiche incombenti nei millenarismi, frutti di una età priva di strumenti previsionali ed esposta a tutte le credenze. L’età moderna ha aperto il tempo del mondo, non più ciclico e ripetitivo, e neppure apocalittico, ma lungo, vettoriale, aperto al cambiamento sospeso tra sviluppo e cataclisma. Ha soprattutto stimolato la volontà plasmatrice degli uomini, creatori del proprio destino, verso forme progressive ed elaborate tra possibilità e rischi, con la capacità di misurarsi scientificamente con i dati di realtà. La scienza galileiana e newtoniana (“hypoteses non fingo”) ha introdotto il rigoroso metodo matematico di certa previsione dei fenomeni naturali. Il positivismo ottocentesco ha portato anche nella medicina e nelle scienze umane la tendenza alla certezza predittiva della scienza, tanto da indurre Augusto Comte (1798-1857) a trasferire, perfino nello studio delle vicende sociali, lo stesso metodo di osservazione e previsione. dando vita alla ‘fisica sociale’, e nel suo ambito anche le discipline psicologiche si sono intestate la scientificità della ricerca, con il primo laboratorio ed istituto di psicologia sperimentale (1879) di Wilhelm Wundt (1832-1920).
La politica non ha voluto essere da meno e si è sentita obbligata ad instaurare, su basi ritenute scientifiche, le sue enunciazioni e Karl Marx (1818/83), con una possente opera di analisi e previsione, ha ritenuto di indicare predittivamente le sorti del capitalismo, creando
un’ideologia efficace per guidare le masse verso la società futura della rivoluzionaria palingenesi sociale senza classi. E tuttavia, nel suo stesso campo dell’elaborazione scientifica della politica, sorsero altre letture, scatenando guerre fratricide tra marxisti ortodossi e riformisti socialdemocratici, mentre il tranquillo guastafeste di un Albert Einstein (1879-1955), introduceva, perfino nella scienza fisica, il concetto dell’universale relativismo, investigativo e predittivo, nei diversi sistemi inerziali, ed infine il suo epigono Werner Heisemberg.(1901-1976), nel 1927 arrivava ad enunciare il principio di indeterminazione, cancro di ogni certezza delle scienze fisiche e figuriamoci poi delle scienze umane e sociali e delle dottrine politiche relativizzate rispetto all’osservatore coinvolto. Dobbiamo contentarci di archi brevi ed approssimativi di analisi e di
previsioni flessibili del futuro sottoposte a revisioni continue.
Questo contesto relativistico ha determinato nella seconda metà del ‘900 la coscienza della
caducità-di ogni ideologia generalista in campo umano e politico, da cui consegue la necessità di incalzanti verifiche e revisioni in campi sempre più delimitati. Anche perché, se le vicende naturali, definite ‘meccaniche’ e cioè necessitate, hanno esiti condizionati da parametri incontrollabili, molto più tale incertezza regna nel mondo della previsione e programmazione politica e sociale, dove arriva molto spesso la tremenda mannaia della cosiddetta ‘eterogenesi dei fini’, teorizzata dallo stesso psicologo scientifico Wundt. Per essa, spesso nel campo sociale, per misteriose e imprevedibili circostanze, la migliore previsione di intervento fallisce e va ad irretirsi in risultati opposti a quelli programmati ed attesi. Viene così smentita ogni pretesa certezza di collegamento tra programmazione operativa di una strategia di pianificazione, e risultati ottenuti, a causa di ragioni imprevedibili e spesso misteriose. Ciò porta ad annullare, nelle imprese sociali, ogni
delirio di onnipotenza legata a perfetta programmazione teorica. E storicamente è successo
che, di fronte alle smentite ed ai risultati fallimentari, opposti a quelli programmati, i grandi
leader politici hanno scaricato il fallimento sui cittadini coinvolti nel progetto, immolando la
vita di milioni di uomini vittime innocenti della presuntuosa programmazione di partito, la cui infallibilità si pretendeva riaffermare anche contro l’evidenza. E nonostante il fallimento storico delle grandi ideologie e dei loro programmi, esse sono tuttora strumento di aggregazione interna e divisività esterna. E tale meccanismo di ricaduta nell’ideologismo vige anche nella nostra democrazia, con la tendenza a spezzettarsi in piccoli gruppi, che consentono la prospettiva di titoli gerarchici direttivi e di opportunità di tribuna. E si moltiplicano le piccole monarchie politiche, tanto più gelose della loro autonomia quanto
minore è il livello valoriale e politico.
Questo deve aggregare non tanto dietro dottrine o lambiccate ideologie, quanto dietro la scelta, teorica e sentimentale, dei valori umani e sociali, che si intendono perseguire e realizzare e sono essi, i valori, soprattutto quelli evangelici, condensato di elaborazione secolare di cultura mediterranea, che devono dare la direzione unificante di marcia. Ciò che poi si farà operativamente nel concreto, va affidato alla laboriosa e documentata verifica delle reali condizioni presenti e delle sue tendenze prossime, con sensori percettivi che provengano dalla stessa società, con concretezza, abbandonando fughe allettanti, ma rovinose, nella ideologia o demagogia, per affascinare ed attrarre gli elettori e costituire il proprio apparato di potere. Devono essere i sommi valori, umani e sociali, il collante dell’unità, ma poi tocca alle analisi complesse del reale trovare le strade concrete della loro realizzazione, senza rigidità ideologica, e considerando il pluralismo delle proposte un arricchimento e non un’ostilità, che impone la divisione. E ciò richiede che le diverse sensibilità non vengano ostracizzate e si ritengano utili alla riflessione e collettiva elaborazione di una sintesi ricca ed efficace.
I valori appartengono alla coesione collettiva, le analisi e le proposte, invece, al pluralismo delle diverse sensibilità e percezioni, di cui arricchirsi per un più efficace intervento e non per opporsi e dividersi. La complessità evolutiva, e spesso ambigua della realtà, obbliga a diverse interpretazioni, ma è difficile a volte, nella prassi corrente, modificare la rigidità ideologica fondativa, e servono grandi personalità, come Moro o Berlinguer, dotati di carisma e affidabilità, per forzare le paratie ideologiche e parametrare la politica sulla palpitante e concreta realtà. E la prima condizione, pertanto, di una giusta politica è nella apertura alle analisi e proposte. che le ideologie tendono invece a rinchiudere nei serragli della contrapposizione e nella frantumazione dei gruppi, come nella storia del socialismo. Ogni particella coltiva il proprio arroccamento come orgogliosa entità cosmica. Aldo Moro, così geloso custode dell’unità collettiva del partito, ammoniva che si doveva paradossalmente preferire di sbagliare insieme, piuttosto che isolarsi per sostenere una propria idea, seppur giusta. Il centrosinistra ha la sua Caporetto nel settembre 2022, avendo, con le propria incapacità di coalizzarsi, consentito alla destra invece coalizzata, pur con le evidenti diversità partitiche, di ottenere il premio di maggioranza e governare il paese, con mandato minoritario. Una premio alla preventiva coalizione elettorale era atto di trasparenza e di impegno verso l’elettorato ed era giusto che andasse premiato. Non averlo capito è un inspiegabile errore politico, che ha permesso ad una destra minoritaria e sciatta di stravolgere nei fatti il principio maggioritario della democrazia. Tutto ciò si poteva, e soprattutto si doveva, evitare.
La rigidità delle monadi partitiche è un comportamento irresponsabile verso la comunità nazionale, che vive di valori e non di ideologie, e causerà una decadenza irreversibile, il
bubbone di una malattia mortale. E il centrosinistra non farà danno solo a se stesso, ma condannerà la nostra povera nazione a subire ancora, a tempo indefinito, il governo umiliante di una destra, che non ha la maggioranza dei consensi elettorali, non ha la nobiltà d’ispirazione politica, ma solo una sfrontata e mercantile prontezza a coalizzarsi, per il delirio del potere, che non è servizio, ma abilità di servirsi del governo della nazione per regressivi provvedimenti. Si inceppa il cammino in avanti nella civiltà e dignità umana del nostro Paese, condannato alla decadenza civile, e tutto ciò a causa della miopia politica indotta dalle artificiose rigidità ideologiche, micronizzanti e refrattarie, del centrosinistra.
