21211. Sono le preferenze che nel 2023 hanno eletto Eleonora Mattia nel Consiglio regionale del Lazio. Un numero enorme di persone che, una per una, hanno scritto un nome su una scheda. Non un simbolo, non un listino bloccato: un nome, il suo.

Quando ho letto la sua presa di posizione dura e motivata contro l’appello bipartisan che vorrebbe evitare l’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale in discussione in Parlamento, ci ho ritrovato esattamente quello che provo ogni volta che busso alla porta di un mio concittadino romano: la fatica di costruire fiducia fra le persone e chi temporaneamente esercita un ruolo istituzionale. Un rapporto complesso, fatto di qualche sì e molti no, che negli anni può diventare una grande responsabilità.

Perché diciamocelo chiaramente: per molte persone il giudizio sulla politica non passa per un’ideologia o per qualcosa di astratto, ma per la qualità di un rapporto che troppo spesso si gioca tutto sull’unico amministratore o amministratrice locale con cui si ha la possibilità di parlare, condividere problemi, preoccupazioni, suggerimenti. Il voto è una cosa seria. È difficile chiederlo, soprattutto in questi anni. Ed è ancora più difficile concederlo, perché troppe volte siamo stati delusi da chi avevamo scelto.

Eleonora Mattia fa parte di quella classe di politici che risponde al telefono anche a elezioni concluse, e che costruisce con serietà rapporti umani e politici duraturi — quelli che davvero influenzano il giudizio delle persone sulla politica. Per questo il suo pensiero pesa, e si inserisce al centro dello scontro che oggi vede la maggioranza guidata da Giorgia Meloni provare a portare in Aula lo “Stabilicum”, la riforma elettorale che introduce il premio di maggioranza nazionale e il nome del premier sulla scheda.

Su un punto, però, il centrodestra si è spaccato: le preferenze. Fratelli d’Italia le rivendica, la Lega e Forza Italia frenano.

È lo stesso partito che per anni ha urlato contro le liste bloccate del Rosatellum, e che oggi, quando potrebbe davvero restituire ai cittadini la scelta dei loro parlamentari, esita. Una contraddizione che il Presidente del Partito Democratico Stefano Bonaccini ha spiegato bene: la destra cambia le regole a pochi mesi dal voto perché teme di perdere, e il Pd non deve limitarsi a dire no, ma deve incalzare Meloni proprio sulle promesse fatte.

È una battaglia che va oltre gli schieramenti. E qui arriva la prima cosa che vorrei ricordare a chi liquida le preferenze come un ritorno al passato.

Fino al 1983 l’affluenza alle elezioni politiche non è mai scesa sotto il 90%. Poi, tra il referendum abrogativo del 1993 e le liste bloccate del 2006, la partecipazione ha iniziato un declino quasi ininterrotto, fino al 63,9% delle politiche del 2022.

Non sto dicendo che le preferenze da sole tengano in piedi la democrazia: sarebbe una semplificazione. Ma il segnale è troppo chiaro per essere ignorato. Quando gli elettori sentono di scegliere davvero qualcuno, votano. Quando si limitano a ratificare una lista scritta in una segreteria di partito, diventa più facile decidere di restare a casa.

La prova che funziona ce l’abbiamo già in casa, ed è la doppia preferenza di genere nelle elezioni comunali. Da quando è stata introdotta, la rappresentanza femminile nei consigli è salita fino al 36%, contro il 25% dei piccoli comuni dove si vota per un solo nominativo. È la dimostrazione che quando la legge elettorale avvicina l’eletto al cittadino, il rapporto di fiducia si rafforza e la rappresentanza migliora.

È lo stesso principio con cui eleggiamo i sindaci, con il doppio turno: un sistema che dà governabilità e allo stesso tempo obbliga chi vuole vincere a parlare direttamente con chi lo voterà. Se davvero volessimo una legge che garantisca stabilità senza sacrificare la partecipazione, il modello da guardare non è lo Stabilicum: è un doppio turno nazionale, come quello francese, esteso a Camera e Senato.

Ed è proprio dalla Francia che arriva la seconda notizia della settimana che mi ha colpito. Marine Le Pen è stata condannata in appello per appropriazione indebita di fondi europei, ma potrà comunque candidarsi alle presidenziali del 2027, indossando per un anno il braccialetto elettronico.

Non è solo una vicenda giudiziaria: è il paradosso di un sistema che, nel tentativo di tutelare ogni garanzia possibile, finisce per produrre un’immagine che nessuna propaganda avrebbe saputo costruire meglio. Una leader condannata che fa campagna elettorale sorvegliata elettronicamente, mentre resta favorita nei sondaggi. È un sintomo di quanto le democrazie occidentali fatichino a tenere insieme giustizia, rappresentanza e consenso popolare. Un esempio di quanto la libertà, oltre ai diritti, finisca talvolta per alimentare anche gli estremismi.

Per questo penso che anche una legge scritta male, come quella che la destra sta costruendo più per non perdere le elezioni che per governare meglio, se dovesse davvero contenere le preferenze, avrebbe comunque un contrappeso fondamentale per migliorare la rappresentanza. Non perché lo Stabilicum sia una buona riforma (al contrario, nasce da un calcolo di potere), ma perché ogni preferenza è un piccolo atto di partecipazione che nessun premio di maggioranza potrà mai sostituire.

Da politico eletto da sempre grazie alle preferenze dei cittadini, non posso ignorare quanto ognuna di quelle schede con il mio nome o con quello di un qualsiasi altro candidato racconti una relazione, una promessa mantenuta o da mantenere, un progetto da realizzare per una comunità, insomma una responsabilità diretta verso chi ci ha scelto.

È da lì, e non da un listino bloccato, che si ricostruisce la fiducia nella politica. E, forse, persino una legge sbagliata come questa può essere cavalcata.

(dal sito di Riccardo Corbucci)

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