Molto più devastante e dannosa della bulimia nervosa è spesso l’insaziabile fame di potere e di possesso che strega la politica e divora gli uomini politici.

Si dice che Alessandro Magno, giunto sul fiume Indo, piangesse perché pensava che non vi fossero più terre da conquistare, lui che era partito dalla minuscola Macedonia. I grandi conquistatori in genere non sono morti di vecchiaia, ma hanno perso la vita inseguendo il miraggio di nuove conquiste, spesso facendo pagare il prezzo delle insane avventure ai loro soldati e popoli. Il vecchio adagio ‘chi troppo vuole nulla stringe’ esprime l’antica saggezza del sapersi contentare per non farsi travolgere dalla voracità di nuove ricchezze e domini.

Mi sono imbattuto in un’opera, del 1677, del dotto giudice Nicolò Giovanni Abrusci (1630-1700) di Acquaviva in Terra di Bari, che ha dedicato all’argomento un appassionato pamphlet sapienziale-politico, ricco di richiami antichi classici e religiosi, per condannare la tendenza espansionistica della Francia di Luigi XIV, il famoso Re Sole, ai danni della Spagna di Carlo II, che gli era perfino cugino a causa della stretta endogamia tra le teste coronate d’Europa. Carlo II di Spagna era appena salito al trono quattordicenne ed era anche malaticcio e quindi debole ed abulico. Il 1674 Luigi XIV, che aveva già tentato di impossessarsi delle Fiandre nel 1668, ora tentava di riprendersi la Sicilia, persa nel 1282, profittando dei disordini che scuotevano Messina, in rivolta contro le tasse. Abrusci pubblica nel 1677 il suo libello, quando Messina è ancora in gioco, e si pone in netta polemica con Niccolò Machiavelli (1469-1527), che nel ‘Principe’ (scritto nel 1513, pubblicato postumo nel 1532) aveva assegnato alla politica il compito di acquistare e mantenere i regni, attraverso la forza o l’astuzia, simboleggiate nel leone e nella volpe (”bisogna essere golpe a conoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi… E, se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono, ma perché sono tristi tu non l’hai ad osservare a loro”).

Le leggi della politica, pertanto, non possono, per Machiavelli, coincidere con quelle della morale, un principe buono può causare la rovina del principato. Il Concilio di Trento aveva, nel 1559, inserito il volume del Machiavelli nell’Indice dei libri proibiti, e Abrusci, per scrupolo, neppure lo cita, pur contrapponendosi chiaramente e radicalmente a lui.
E, facendo ricorso alla dottrina classica e morale, ha affermato che la virtù somma della “Podestà” dei Regnanti è da collocarsi nella temperanza dell’armonia del buon governo, armonia che consiste, come in una orchestra, nel tenere insieme più voci, che secondo la propria norma, possano conseguire un concerto di ordine, pace e benessere. Occorre gestire la fortuna che si possiede, piuttosto che inseguire avventure di ulteriori conquiste. “E’ meglio governare bene che dilatare il regno”, a cui spingono sempre l’ambizione e l’avarizia, che sono flagelli o tormenti , spesso letali. L’animo, infatti, è prima crucciato nell’ossessione dell’acquisto, ma poi deve sudar sangue per conservarlo, e mordere la polvere della sconfitta nel perderlo. E purtroppo credono i Principi ambiziosi ed arditi di non aver nulla finché non hanno tutto, ed una volta ottenuto il tutto, il suo peso causa l’inizio della rovina. Meglio la ‘santissima temperanza’ di tanti Regnanti, che hanno protetto i confini del regno, curato i propri territori senza desiderare quelli degli altri. I loro cittadini son vissuti in pace senza rischiare l’avventura della conquista perigliosa dei beni del vicino. “La vera gloria dei Prencipi si lavora dalla conservazione del loro legitimo stato, bisognoso di non poca prudenza per reggerlo… perché nell’armi domina il caso, nel governo il conseglio… la custodia è arte del senno, l’acquisto invece della fortuna; e questa, nisi pressis manibus teneas, lubrica est” (se non la tieni a mani strette scivola via). ”Né sempre le circostanze occorse nel conquistare, assistono per mantenere”.(pg 15) Rende di più una esiguità ben curata che una grandezza trascurata e ciò giustifica il monito che sembra paradossale: se vuoi aumentare le ricchezze devi abbassare la cupidigia. Anche per i Greci, la moderazione era la madre della stabilità dei regni. “Perde il proprio chi attenta all’altrui”. Il discorso gnomologico, ricco di sentenze e di richiami storici, sembra di grandissima attualità, e quasi scritto per i drammatici tornanti che caratterizzano le vicende di questo tribolato tempo presente. Tre prepotenti stanno cercando di ingrandire i loro territori e le loro ricchezze attentando alle altrui, e tenendo tutto il pianeta su una corda tesa sopra l’abisso nucleare, pronto ad inghiottirlo.

Veniamo ai giorni nostri: il comportamento di Putin, nel ghermire il territorio ucraino, sembra sfiorare la follia pura, se solo si pensi che già il territorio della sua Russia ha la più grande dimensione tra tutti gli altri stati, con i 17 milioni di chilometri quadrati. Ciò nonostante, da quattro anni egli manda a morire i suoi giovani soldati (morti e feriti già oltre un milione), per la conquista nel 2025 di appena 470 kmq di Ucraina, quanto il nostro Molise, una nullità proporzionalmente alla sua stessa Russia ed anche ai 600 mila kmq della Ucraina. Egli sta fallendo ed appare irrimediabilmente irretito e stregato dalla sua vorace ambizione, o forse qualche cupo demone si è impossessato di lui, mentre il suo popolo, atterrito dalle sue spietate pulsioni poliziesche, è costretto a subire in silenzio, a non poter neppure chiamare la folle avventura bellica con il suo dovuto nome di ‘guerra’.
Altro demone, tanto sbruffonesco e pasticcione quanto corrucciato e intimidatorio, si è impossessato di Donald Trump, coinvolgendolo in improvvise e demenziali iniziative che finiscono per ritorcersi contro di lui. Predica ossessivamente di voler essere MEGA e non comprende che ciò, affermandolo propagandisticamente, diventerà molto più difficile a realizzarsi, perché mette in allarme tutti e perfino i suoi giudici supremi, da lui stesso nominati, lo sberleffano. Ed egli, non contento dei suoi oltre nove milioni di kmq di territorio, pretende annettersi anche i quasi dieci milioni di kmq del Canada e gli oltre due milioni della Groenlandia e costituire, con ventuno milioni di kmq, il più grande in assoluto regno della terra, mentre cocciutamente non tollera che gli emigranti vengano a popolargli adeguatamente il suo territorio attuale, che ha appena 30 abitanti per kmq. E in tutti i modi cerca di ingrandire anche le sue fortune famigliari utilizzando scorrettamente la sua carica politica, confezionandosi una personale ONU, per aver mano libera nel mischiare sfacciatamente affari pubblici e fortuna privata, con la peggior negazione della deontologia politica che mai si sia vista, e che, dove si è storicamente verificata, è quasi sempre finita in tragedia. La bolla bulimica gli scoppierà tra le mani e lo distruggerà ed avrà la solita smorfia triste del pagliaccio. Infine, anche l’israeliano Netanyahu, pur tirato nella guerra dalla orribile macelleria del 7 ottobre di Hamas, ora allarga le sue voglie e offende le nobili vittime del suo popolo, con la ferocia armata nell’accaparrarsi territori palestinesi.

Contro queste ignobili, e tuttavia ricorrenti deviazioni della bulimia politica, Abrusci porta la testimonianza lucida ed eloquente degli antichi classici e dell’etica. “Il molto di uno solo non opprima il piccolo di molti (pg 9); “nessuno trattenne a lungo gli imperi con la violenza” (pg 11); “è più facile vincere che mantenere: nelle armi domina il caso, nell’acquisto la fortuna, e questa se non la tieni a mani strette scivola via, né le circostanze concorse per acquistare, assistono per mantenere”(pg15); “Propria perdit, qui indebita concupiscit” (pg 49) che è un ammonimento di S Leone Magno papa. Forse non ritenute idonee alla solennità della trattazione sapienziale, Abrusci non cita due famose favole di Esopo, riprese da Fedro. Quella del cane, con un grosso osso in bocca che, passando vicino al lago, vide riflessa nell’acqua la sua immagine e credendo fosse un altro cane con l’osso, aprì la bocca per rubarglielo, ma l’immagine svanì con l’acqua mossa, mentre l’osso che lui aveva in bocca andava a fondo. Questa la morale: ”Amittit proprium qui alienum appetit”, con cui concorda S. Leone Magno. E la favola della rana: questa, vista una mucca sul prato, presa da invidia di tanta grandezza, si mise a trattenere il respiro per gonfiarsi e crescere, finché non scoppiò.

Alla scienza dell’acquistare e mantenere i regni del Machiavelli, Abrusci ha contrapposto la saggezza antica che consiglia di valorizzare ciò che si ha, amministrandolo bene, senza insidiare la proprietà altrui, perché ciò finisce per rovinare in tragedia la propria. Certamente una terapia di saggezza necessaria per il terzo millennio, che possiede armi di morte totale per il pianeta Terra.

 

 

 

 

 

 

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