(articolo già pubblicato sul numero luglio/agosto della rivista “Mondoperaio – socialismo e socialisti”)

Giorgio Panizzi è vicepresidente del Circolo Rosselli di Roma. Questo intervento riproduce il discorso di commemorazione in onore di Giacomo Matteotti tenutosi a Roma il 10 giugno scorso, in occasione dell’anniversario della morte del martire socialista per mano fascista.

 

Matteotti sarà pure stufo di sentirsi ripetere da più di cent’anni quant’era bravo e come l’hanno ammazzato. Con questi appunti rendiamo omaggio alla sua memoria e ne ricordiamo i tratti del suo pensiero.

Cerchiamo però, in quest’anno che festeggiamo gli Ottanta anni della Repubblica Italiana, di vedere come abbiamo attuato quel suo monito preveggente: «ma l’idea non muore».

Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, prese la parola alla Camera dei Deputati per contestare i risultati delle elezioni del 6 aprile. Il discorso è rimasto famoso sia perché Matteotti denunciò con grande coraggio la nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, sia perché dopo soli undici giorni fu rapito e assassinato da cinque sicari fascisti.

Al termine del discorso, ai compagni che lo attorniavano per complimentarsi, pronunciò l’iconica frase:

«Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai… La mia idea non muore!»

Il ricordo di questa data è impresso dal 27 maggio scorso sul banco della Camera dei deputati da cui Matteotti pronunciò il discorso.

Carlo Rosselli ricordava che «Matteotti non voleva e non cercava la morte» e noi dovremmo onorare questa memoria sottolineando la vita di Matteotti, la cultura, gli affetti, l’azione, la tenacia, la costanza e l’ottimismo contagioso che hanno caratterizzato la sua lotta.

Ci si sofferma e si indulge, in molte sedi e spesso, sulle modalità dell’assassinio anziché sulla premeditazione del delitto.

Questo – più che al suo comportamento di denuncia puntigliosa e documentata delle violenze e dei reati degli squadristi fascisti, delle connivenze di organi dello Stato – era legato al timore che le sue affermazioni e le sue rivelazioni potessero sì aver presa sull’opinione pubblica di allora ma, soprattutto, che smascherassero gli intrighi che il Governo Mussolini si apprestava ad imbastire contravvenendo a trattati internazionali e lucrando su concussioni e corruzioni.

È dimostrato che quel 10 giugno fosse una data limite per fermare le denunce di Matteotti. Gli era stato concesso, affinché espatriasse, il passaporto per partecipare a un congresso socialista a Vienna, ma Matteotti non partì per prepararsi e affrontare il Governo alla Camera l’11 giugno sulle concessioni lucrose e irregolari dei giacimenti petroliferi in Emilia-Romagna e in Sicilia.

Quindi Matteotti doveva stare lontano dalla Camera e, appunto, il 10 giugno fu rapito e poi assassinato.

Perché tanto valore si dava all’azione di Matteotti? Perché aveva capito il fascismo fin dai primi anni della milizia socialista, giovanissimo; fin da quando, per la sua contrarietà all’inutile strage della Prima guerra mondiale, fu allontanato dalla famiglia e confinato in Sicilia, da dove fu fatto tornare solo dopo molti mesi, quando la guerra era finita.

Gli argomenti di Matteotti erano incisivi e persuasivi. Erano basati su una cultura che rifuggiva da retoriche enunciazioni, bensì spiegava come decisioni politiche e comportamenti violenti danneggiassero proprio la parte più povera ma anche quella più laboriosa della società di allora.

Ecco quindi, anche all’interno del Partito Socialista, la sua lotta contro i massimalismi e contro le sirene mitologiche della dittatura del proletariato e della «Rivoluzione d’Ottobre», che volevano essere automaticamente ripetute in Italia senza capirne il contesto diverso, culturale, economico, sociale e politico.

La sua avversione alla dittatura, che veniva invece indicata come primo punto da massimalisti e comunisti, e l’indicazione di un socialismo che poi Carlo Rosselli definì socialismo liberale, furono tra le ragioni per cui anche Rosselli venne assassinato dai fascisti insieme al fratello Nello.

Questo è quindi l’insegnamento di Matteotti: vedere e comprendere la realtà; documentarsi e studiare.

Questi argomenti erano ben comprensibili dall’elettorato – che, nonostante i brogli, lo premiava –, dalle masse contadine che lo seguivano nei territori e nei paesi dove viveva e dove aveva vissuto, dove aveva dimostrato la possibilità di emancipazione e soprattutto di riscatto dalla miseria e dalla servitù.

Era seguito all’estero e non solo dai movimenti socialisti e laburisti ma da un’opinione ben più ampia che guardava l’Italia forse più per quel che avrebbe potuto essere che per quello che era.

L’umanità e l’azione di Matteotti, che contagiavano opinioni e masse, non erano fondate solo sui suoi sentimenti, che gli provenivano da una tragica storia familiare e che si possono riscontrare nei rapporti affettuosi che aveva con la moglie Velia e con i figli.

Gli venivano da una forte preparazione conseguita negli studi. Sarebbe stato un importante accademico, dal momento che era stato chiamato all’insegnamento, ma preferì l’impegno politico, perché non avrebbe potuto lasciare la sua gente.

Aveva studiato diritto penale e sapeva come il rigore delle norme dovesse tener conto della personalità dei rei e degli eventuali condannati.

Un principio che ancora risuona – anche se non pienamente attuato – nell’articolo 27 della Costituzione:

«Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato».

Da ciò si evince non solo il senso di pietas, ma anche il senso di giustizia che deve essere inclusivo di tutti e che portava Matteotti a ricercare patti e tentativi di collaborazione con chi rifiutava la violenza, il massimalismo e ogni forma di dittatura, qualunque fosse il suo colore politico.

Da qui derivarono ostacoli non solo al suo pensiero ma anche alla sua azione e, perfino dopo la morte, appellativi calunniosi poi rinnegati da chi comprese troppo tardi la continuità del pericolo fascista.

Vi era un significato più profondo che sosteneva le idee e le azioni di Matteotti. Il suo era un pragmatismo dovuto alla sua capacità innata, sostenuta dalla cultura familiare, dagli studi e dalla conoscenza delle teorie economiche e giuridiche internazionali.

Un pragmatismo che in politica si traduceva in riformismo, che non significava assecondare gli eventi o transigere con le prepotenze, ma affrontare gradualmente i percorsi necessari per affermare obiettivi di giustizia economica e sociale.

Questo è quindi l’insegnamento di Matteotti: vedere e comprendere la realtà; documentarsi e studiare le ragioni della sua insorgenza e cercare di capire come affrontarla e, se possibile, modificarla per arrivare a soluzioni condivise ed eque; comprendere i sacrifici e i costi di ogni azione politica e fare in modo che non sorgano squilibri tra gli obiettivi da raggiungere e i mezzi impiegati per conseguirli.

Questa è l’idea che non muore!

Quest’anno celebriamo gli ottant’anni della Repubblica. Vediamo, in questi ottant’anni, quanto è sopravvissuta e quanto è valsa l’idea di Matteotti.

Abbiamo ricordato e ricordiamo i molti patrioti e martiri dell’antifascismo, della Resistenza e della costruzione della Repubblica. Ricordiamo che nel referendum del 2 giugno 1946 il Partito Socialista – che ricordava, tra i molti altri, Giacomo Matteotti…

 

Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Eugenio Colorni, Bruno Buozzi – fu il secondo partito per numero di voti, dopo la Democrazia Cristiana.

Ricordiamo l’impegno di Nenni per il referendum.

Nell’Assemblea Costituente ricordiamo l’insistenza con cui Lina Merlin volle inserire nell’articolo 3 della Costituzione le parole «senza distinzione di sesso», sfidando la pruderie bigotta della cultura dell’epoca.

Vennero poi gli anni bui del massimalismo, terminati nel 1956 con la rottura del Patto di unità d’azione con il PCI. Già con le elezioni del 1958 si vide il risorgimento socialista. Ci vollero ancora alcuni anni: la consapevolezza che il superamento del governo neofascista di Tambroni richiedeva un’altra politica e altre alleanze.

Intanto ricordiamo, nel 1958, la legge Merlin (Legge 20 febbraio 1958, n. 75), proposta da Lina Merlin, che abolì la regolamentazione statale della prostituzione, chiudendo le «case di tolleranza» e introducendo i reati di sfruttamento e favoreggiamento.

Ecco poi il centrosinistra e qui comincia l’elenco delle riforme fedeli a quell’idea che non muore mai:

  • 1962: istituzione della Scuola Media Unica, con l’abolizione dell’Avviamento Professionale e l’estensione dell’obbligo scolastico fino a 14 anni; nazionalizzazione dell’energia elettrica.
  • 1967: Legge Ponte di Giacomo Mancini (L. 765 del 6 agosto 1967), per frenare lo sviluppo edilizio incontrollato e rafforzare la pianificazione urbanistica.
  • 1967: introduzione della giusta causa nei licenziamenti.
  • 1968: Legge Mariotti, che trasforma gli ospedali in enti ospedalieri autonomi e garantisce l’assistenza sanitaria gratuita. La legge costituirà la base per il Servizio Sanitario Nazionale istituito dieci anni dopo.
  • 1969: introduzione della pensione sociale per chi non ha reddito.
  • 1970: tra le condizioni poste da Francesco De Martino per sostenere il Governo vi sono la riduzione del servizio militare e l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario.
  • 1970: approvazione della legge Fortuna sul divorzio.
  • 1970: approvazione dello Statuto dei lavoratori, promosso da Giacomo Brodolini e redatto con Gino Giugni.
  • 1975: Riforma del diritto di famiglia, con il superamento della potestà maritale e della subordinazione giuridica della donna.
  • 1970-1976: riforma della RAI, con il passaggio del controllo dal Governo al Parlamento e la concorrenza tra le reti.
  • 1971: legge istitutiva degli asili nido (L. 1044).
  • 1974: decreto delegato n. 416 che introduce il tempo pieno nella scuola.
  • 1984: Patto di San Valentino, confermato dal referendum del 1985, che contribuì a ridurre l’inflazione.
  • 1984: Accordo di Villa Madama, che modifica il Concordato tra Stato e Chiesa stipulato nel 1929.

 

L’Accordo di Villa Madama stabilisce:

  • la separazione tra Stato e Chiesa, riconoscendo l’indipendenza e la sovranità di entrambi, ciascuno nel proprio ordine;
  • la libertà religiosa, garantendo a tutti il diritto di professare la propria fede individualmente o in forma associata;
  • il nuovo sistema dell’otto per mille, sostituendo il precedente finanziamento diretto dello Stato alla Chiesa cattolica e consentendo ai contribuenti di destinare la quota anche allo Stato o ad altre confessioni religiose;
  • l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche diventa facoltativo;
  • gli effetti civili del matrimonio religioso sono subordinati alle condizioni previste dalla legge italiana.

1985: la crisi di Sigonella, nella quale l’Italia afferma nei confronti degli Stati Uniti la propria autonomia e indipendenza sul proprio territorio.

Queste non erano «riforme da salotto» e non erano atti estremisti: erano riforme radicali, che implicavano una rottura con il passato e investimenti coraggiosi nei diritti collettivi.

Sono tutte riforme radicali, profondamente di sinistra, che hanno mutato la condizione sociale, culturale ed economica di milioni di italiane e italiani.

Oggi c’è bisogno che queste idee vengano rielaborate e indicate a chi vuol riportare l’Italia nel contesto europeo, occidentale e internazionale.

Sono tutte riforme fedeli a quel monito di Matteotti: «ma l’idea non muore». La damnatio memoriae dei socialisti ha fatto dimenticare agli italiani il contributo fondamentale che essi hanno dato alla costruzione della democrazia italiana.

Una damnatio memoriae dovuta a scelte politiche che, secondo l’autore, nulla hanno a che fare con la politica, specialmente quando ci si arroga superiorità morale, con la conseguenza che il potere politico cede il proprio ruolo al potere giudiziario. L’autore sostiene inoltre che ciò abbia contribuito alla fine della Prima Repubblica e, dal 1994, a una lunga fase di instabilità politica e istituzionale.

Non possiamo soccombere a questa damnatio memoriae. Dobbiamo riprendere il filo di questa idea che abbiamo consolidato negli anni con leggi e con azioni di governo.

Oggi c’è bisogno che queste idee vengano rielaborate e indicate a chi vuole riportare l’Italia nel contesto europeo, occidentale e internazionale come una democrazia solida, orientata allo sviluppo, alla pace e alla salvaguardia delle libertà dei popoli.

Occorre tessere tra di noi una rete. Non avventure elettorali, ma un laboratorio complesso e democratico di proposte di sviluppo. Un laboratorio, una rete che richiami e sviluppi quell’idea che non è mai morta.

Consapevoli che quest’idea che non muore è un’idea di libertà che oggi sottolineiamo e che ci porta a onorare eroi come Giacomo Matteotti.

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