La mancata uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione europea evidenzia aspetti politici ed economici che vale la pena di analizzare. Ricordiamo, intanto, che la regola UE stabilisce che il deficit di un Paese membro non debba superare il 3% del proprio Pil. Il nostro è di 2258 miliardi e il deficit 2025 è stato calcolato in 69,4 miliardi. La percentuale arrotondata che ne deriva è, perciò, del 3,1% (circa 1,8 miliardi). Il governo aveva previsto un deficit del 2,9%. L’errore di previsione è dello 0,2%; ma per uscire dalla procedura di infrazione bastava uno 0,1; ovvero maggiori entrate o minori spese per circa 1,6 miliardi circa. Non molto per un bilancio che viaggia verso i 1100 miliardi, tutto compreso.
E qui ci sta la prima considerazione. Possibile che, nel corso dell’anno, il governo non si sia accorto che stava sforando? In… fin dei conti (è proprio il caso dire così!) gestire un correttivo tra entrate e spesa che riduca il deficit di un paio di miliardi, per le dimensioni del bilancio pubblico, non comporta manovre particolarmente invasive. Come mai non è accaduto?
Una ipotesi benevola, ma irrealistica, è che proprio perché lo scarto è minimo esso possa essere sfuggito al controllo severo della Ragioneria Generale dello Stato.
Una maliziosa è che tra gli addetti ai lavori (non dimentichiamo che i conti pubblici sono prodotti dal Mef, ma certificati dall’Istat!) ci sia stato un qualche “misunderstanding”. Ma la tempestività con la quale il governo ha attaccato l’Istat fa pensare piuttosto a un tentativo di controllare il controllore. È un passaggio delicato. Ragioneria Generale dello Stato, Istat, Corte dei conti devono svolgere i loro compiti in autonomia e trasparenza. L’ipotesi cattiva è che, visto il complicato contesto generale, il governo non consideri la procedura il peggiore dei mali. Per tre ragioni.
La prima, strategica: il governo, che non ha un euro per fare manovre sociali decenti, essendo costretto a contrattare con l’Europa un piano di rientro, ha l’alibi per giustificare i limiti della propria azione. Per giunta scaricando – come ha immediatamente fatto Salvini – le responsabilità su Bruxelles.
La seconda è politica. più, può sentirsi legittimato a gestire le due sole deroghe al 3%, ovvero la spesa per energia, che è divisiva (la scelta del nuovo nucleare è pronta!) e per la difesa e la spesa militare, che è sempre più impopolare.
La terza è tecnica. Le conseguenze pratiche della procedura di infrazione – come spiega Cottarelli nel Corriere della sera del 24 settembre – sono relative, almeno fino a quando non scatta la sanzione.
Al di là delle ragioni (vere o fantastiche) che hanno portato a questo risultato resta il fatto che la credibilità economica italiana ne esce appannata. Il che non è un bene. È pur vero che nel disordine generale globale tutto si relativizza; ma, per l’Italia, la coincidenza di alto debito (136%); alta inflazione (3,3%) e basso Pil (0,7%) annuncia un 2027 difficile. Sicché, la procedura di infrazione rischia di diventare il lucchetto chiuso di una gabbia dalla quale era meglio uscire…

Lapalissiano……
Conta solo la Legge elettorale….