Il libro testimonianza di Roberto Speranza (“Perché guariremo”, Solferino editore) presenta una appassionata ricostruzione, anche cronologica, del Covid; delle scelte e dei problemi che il Ministro della Salute ha dovuto affrontare in quel terribile periodo.

Sono passati appena 4 anni dall’esplodere dell’epidemia e ci siamo stati dentro tutti, ma, riletta oggi la cronologia di quel periodo, ha dell’impressionante ricordare la rapidità con la quale siamo stati coinvolti e travolti dalla epidemia sconosciuta. Ripercorriamole quelle date, così come Speranza ce le ripropone: gennaio 2020 le prime avvisaglie dalla Cina e i primi contagi; 31 gennaio dichiarazione dello stato di emergenza; 22 febbraio le prime chiusure (Lodigiano e Vo’ Euganeo); 10 marzo lockdown di tutto il Paese; 22 marzo blocco delle fabbriche e delle attività produttive in generale. Tutto Aprile (Pasqua, il 25 Aprile) tutti chiusi in casa. Ricorda Speranza, con giusta emozione, le immagini televisive di Mattarella che sale, da solo e con la mascherina, la scalinata dell’Altare della Patria; e del Papa, anch’egli solo, a pregare, in una piazza San Pietro surreale: completamente deserta, ma nella quale sentivamo di essere presenti.

La prima riflessione, dunque, che il libro ci propone è proprio la dinamica con la quale il virus è arrivato e si è imposto. Di fronte a questo vero e proprio tsunami sanitario nessuno aveva modelli, anamnesi, terapie. Posso personalmente testimoniarlo trovandomi allora al Mef, sottosegretario con Gualtieri ministro. All’inizio, nelle prime riunioni, ci
chiedemmo quanto poteva servire per fronteggiare le prime difficoltà. Ricordo che ci fu una prima stima di circa 4 miliardi. Ma dopo una settimana, a fronte delle notizie che si susseguivano sul crescere del contagio e delle conseguenti necessità crescenti, questa stima fu aggiornata a 7 miliardi, poi, rapidamente, si arrivò a 14. Pochi giorni dopo fu emanato il primo decreto di circa 20 miliardi! Il secondo (nel frattempo si chiusero tutte le attività economiche) fu di 55. In totale, nel solo 2020, lo Stato ha messo in campo circa 108 miliardi, in un crescendo impressionante ed imprevedibile. Nelle stesse riunioni si discusse concitatamente di quali criteri adottare per erogare queste ingenti risorse. Quale selezione operare. Ma, mano a mano che il contagio si allargava provocando conseguenze economiche drammatiche ci si rendeva conto che le modalità classiche con le quali si erogavano gli aiuti non reggevano la novità. Si pensi solo ai Codici “Ateco”, di fatto sconosciuti ai non addetti ai lavori e diventati famosi in poche settimane; ai settori costretti a chiudere, ma privi di cassa integrazione; o ai sussidi collegati al reddito, ma non alla salute…

Ci rendemmo presto conto che non poteva che prevalere una visione universalistica. Sarebbe stato socialmente e finanziariamente corretto stabilire delle priorità e delle esclusioni; ma era eticamente scorretto discriminare utilizzando criteri “normali” in quel tragico “anormale” momento. Tant’è che decidemmo che una parte importante di ristori venisse affidati ai Comuni, i più vicini a conoscere le vere esigenze del territorio, delle famiglie e della economia locale. Speranza, nel suo libro, si concentra, ovviamente, sulla parte di sua competenza, quella sanitaria, ma penso che una storia economico-finanziaria del Covid andrebbe scritta. Contribuirebbe non poco a sostenere la evidente imprevedibile progressione della epidemia e il mutamento di prospettiva che ogni giorno, quando non ogni ora, ci si presentava davanti. Dimostrerebbe, anche dal versante finanziario, quanto sia ottusa e in malafede la scelta di attivare una Commissione Parlamentare di indagine che anziché cercare di capire, semmai, quello che è successo per definire protocolli validi in futuro casi simili, intende, invece, strumentalizzare politicamente su questa tragedia collettiva e dividere il Paese che, invece, in quel frangente ha dato prova di grande unità.

Col senno di poi si può certamente argomentare su questo o quell’aspetto della vicenda, ma emerge con assoluta evidenza la convinta volontà del governo in carica di affrontare con tempestività la pandemia per ridurre il danno che aveva colpito il nostro Paese.
Ma, se eravamo impreparati, noi e il mondo intero, e questa è la seconda riflessione propostaci, è perché avevamo pensato che, nell’era della tecnologia trionfante, i batteri vaganti liberi, le epidemie collettive, fossero roba superata, da “Medioevo” dice Speranza. Infatti, ci siamo concentrati su malattie “più moderne”: i tumori, le cardiologie, ecc. e abbiamo orientato lì le risorse e la ricerca.

Ma, proprio ripercorrendo le date, ed è una terza riflessione che il libro suggerisce, costatiamo anche la rapidità con la quale il virus è stato, se non domato, almeno messo sotto controllo. Dal 4 maggio iniziò la riapertura graduale: prima le librerie; poi le attività produttive; dal 18 maggio riaprono i bar e i ristoranti; dal 3 giugno si riprende a muoversi e viaggiare senza autocertificazione, verso una lenta, lenta, lenta normalità. Noi oggi percepiamo, nel nostro subconscio, il periodo del contagio e dell’isolamento come lunghissimo, ma, fin dei conti, la fase più acuta è stata “breve” (poco più di tre mesi). La velocità con la quale si è arrivati a produrre un vaccino è l’altra faccia positiva della modernità. I tragici precedenti storici (che hanno visto protagonista la peste, o di recente la Spagnola) hanno avuto ben altri risultati.

Peraltro – e questa è la quarta considerazione che ci viene proposta, agivamo in un contesto internazionale all’inizio scettico sulla portata del problema. L’Europa ci ha messo un po’ a rendersi conto che quello che avveniva in Italia non era un caso isolato (come alle prime notizie dalla Cina si pensò per quel paese!). Alla fine l’Europa ha recuperato alla grande mettendo a punto il Recovery Found, poi il Next generation Eu, o Pnrr, come lo chiamiamo noi. Un cambio di rotta totale rispetto alle politiche economiche comunitarie, sia nella logica della solidarietà tra gli Stati che in quella della politica finanziaria, finalmente disposta a condividere la gestione del debito in una ottica comune, che resta l’unica strada ragionevole per l’Europa prossima ventura.

L’Italia, dunque, ha fatto da capofila internazionale reagendo, come poteva, ad un nemico subdolo e sconosciuto. Prodi disse che “l’Italia ha salvato l’Europa” e Krugmann elogiò il nostro Paese in un famoso articolo nel quale attaccava Trump per la gestione americana dell’epidemia. A dimostrazione di ciò, va detto che le vere scelte che hanno consentito all’Italia di combattere per prima questa guerra e mettere sotto controllo la fase più acuta in un tempo breve, sono state certamente il coraggio del governo di decidere, da un lato, di dichiarare subito lo stato di emergenza, quando ancora il fenomeno era agli inizi e, peraltro, in contrasto con la posizione assunta dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E, dall’altro, operare le chiusure, prima parziali, poi totali. Una misura ristrettiva della libertà che, come ricorda l’autore, non è stato semplice adottare, sia per i profili di costituzionalità, in ordine alla limitazione della libertà personale, sia per le conseguenze economiche e sociali che ciò comportava. Con onestà intellettuale Roberto Speranza si chiede se addirittura non sarebbe stato meglio chiudere tutto subito. Ma, non dimentichiamo che non sapevamo né con chi e con che cosa avevamo a che fare.

Nel suo complesso la reazione del Paese fu straordinaria. Le strutture sanitarie in primis, con pochi mezzi; le istituzioni tutte, le parti sociali, collaborarono alla difficile gestione di quei momenti. Le imprese e i sindacati siglarono il Protocollo sulla sicurezza. La Chiesa cattolica sospese i funerali e la simbolica stretta di mano che i fedeli si scambiano durante la Messa, come reciproco augurio di pace. Ma, soprattutto, i cittadini hanno accettato e condiviso i provvedimenti più duri, capendo che la restrizione della loro libertà individuale era la condizione per liberarci tutti insieme dal male che ci aveva colpito. Solo durante la fase successiva, quella dei vaccini, sono emerse le riserve di una parte di persone al loro utilizzo.

Una ulteriore considerazione presente nel libro è la capacità di mettere a punto, alla fin fine rapidamente, un sistema di gestione della emergenza che certamente non ha evitato i troppi morti, ma ha salvato la maggioranza della popolazione. Speranza spiega chiaramente quanto sia stato difficile: le mascherine, giocate nel mercato internazionale alla stessa stregua dei preziosi; i respiratori che non bastavano, come i posti letto e le strutture per anziani. E qui emerge chiaramente il confronto, sulla base del numero delle vittime, tra i limiti di un modello sanitario accentrato e basato sulla struttura ospedaliera, e per giunta privata, e le potenzialità di quello pubblico, di base, territoriale e di prossimità.
Il libro, dopo una serie di proposte sulla riforma del sistema sanitario, si completa, inevitabilmente, con una riflessione sulla politica e la sinistra. La riflessione è pacata e sincera. Disponibile ad una nuova fase culturale, prima ancora che politica: la destra vince perché sa interpretare le domande, le paure della gente, pur dando risposte che accentuano le disuguaglianze. La sinistra, ideologica e non disposta a cambiare, non coglie questo snodo, non sa trovare risposte e perde terreno. Ripartiamo da qui, dice Speranza, per un nuovo progetto sociale.

Il Covid ha, nella sua drammaticità, offerto la risposta a questo dilemma delle forze progressiste: la concreta percezione che nessuno si salva da solo e che la “cura” della persona, della sua quotidianità e del bene pubblico, è una identità che ci deve
distinguere, far riconoscere. Resta il fatto che, pur avendo gestito bene il Covid, il “centro sinistra” non ha saputo difendere il governo che lo aveva affrontato e sconfitto e, dopo poco più di un anno, si è fatta clamorosamente “sfilare” il governo Draghi e poi, presentandosi frantumata alle elezioni politiche, le ha inesorabilmente, perse. Anche da qui bisogna ripartire.

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