Tutta giocata apparentemente intorno all’ovvietà di consentire alle Regioni italiane, libere da vincoli burocratici, di raggiungere il massimo sviluppo possibile, la legge sulla loro autonomia differenziata nasconde una regressione storica dell’Italia, che ha già vissuto la condizione di coacervo di territori autonomi, che erano perfino Stati indipendenti, attraversando in questa condizione le sue peggiori e deplorevoli vicissitudini. Non è necessario il richiamo ai ‘corsi e ricorsi storici’ del napoletano Giambattista Vico, bensì ad una caduta storica verso l’antica condizione della nostra nazione, per secoli ambita preda dalle vicine, tentate dalle facili condizioni di conquista, determinate dalla divisione territoriale e politica della penisola, spezzettata in tanti staterelli. Alla fine quello più continentale, il Piemonte dell’economista Cavour, ha pensato bene di rispondere ‘al grido di dolore’ proveniente dalla Penisola e riunificare, con rocambolesche e discutibili vicende, l’intera penisola, realizzando il sogno millenario della ‘nazione’ italiana unita, agognata da secoli di invocazioni di poeti , artisti e politici avveduti. Ed oggi quel patriottico Nord continentale, che risulta ora molto arricchito, con gli immensi investimenti non tanto suoi, bensì dell’intera Italia unita, pensa bene di coltivare in solitaria il proprio raggiunto benessere di livello europeo, senza dover nulla al resto dell’Italia, che pure gli ha consentito il boom economico. Prevale ora l’illusione di un proprio permanente, ed anzi progressivo, livello di benessere, che sarebbe impedito dal peso della solidarietà con le altre Regioni, specie del Sud.
Ovviamente tutto il ragionamento non è storicamente sostenibile: lo stato delle nazioni, come delle regioni, muta nel tempo ed elemento di cambiamento è la sottostante e interconnessa piattaforma politica. Il nord continentale dell’Italia negli anni ’50, prima del boom degli anni ’60, non era più ricco dell’Italia peninsulare. Esso aveva anzi sacche di povertà ben più disperate di quelle meridionali, ed ha offerto pari tributo alla disperata emigrazione. Che anzi zone del Veneto, come il Polesine, erano afflitte da miseria ben più triste ed umiliante di quella meridionale. Il boom economico degli anni ’60, che ha coinvolto il triangolo industriale del Nord, è stato il frutto degli investimenti ed insediamenti dovuti al sistema delle partecipazioni statali, con fondi pubblici generosi, concessi alle industrie di quell’Italia continentale (Fiat, Pirelli ecc.), ma erano capitali finanziari non locali ma dell’intera Italia. Dietro le industrie sono venute le collegate infrastrutture pubbliche, con autostrade, quella del Sole particolarmente ma non solo, ferrovie, servizi, istituzioni in uffici, scuole, università, ospedali e tutte le altre connesse presenze deliberate e finanziate con risorse del bilancio nazionale. Né vale che il Nord pensi di pareggiare questo privilegio con il riferimento alla Cassa per il Mezzogiorno. Questa non ha potuto attivare, tranne l’ILVA, processi di industrializzazione diffusi ed efficaci per l’evidente condizione ostativa geopolitica dell’isolamento del Sud, collocato in un contesto di zone, come la penisola dalmatica, separate dalla cortina di ferro comunista e come il Mediterraneo del sud mediorientale ed africano ad economia di basso livello.
L’Italia del nord aveva, invece, a portata di mano la potente motrice industriale della Germania, della Francia e del resto dell’Europa centrale. Quella politica economica del triangolo industriale padano, che portò al miracolo economico italiano, fu giusta, e tuttavia fu il prodotto dello sforzo economico dell’intera nazione, e non delle sole Regioni del Nord. In quegli anni non si pensava all’autonomia differenziata delle Regioni, ma l’Intera Italia godeva per essere finalmente una nazione unita, rispettata nel mondo, dopo quasi due millenni di invasioni e dominazioni, durante i quali, tuttavia, il Meridione aveva goduto di migliori condizioni generali di vita per non brevi periodi e perfino di un primato di benessere rispetto a tutta l’Europa, anche se promosso da monarchie straniere attratte dal sud, come infine anche gli stessi Savoia. L’anomalia attuale dell’autonomia regionale è tutta nel comportamento del Nord, leggi Lega Padana di Bossi e Lega di Salvini, che hanno, appena verificatosi il balzo economico, cominciato a preoccuparsi, come succede ad ogni poveraccio improvvisamente arricchitosi, di tutelare istintivamente, ma poco lucidamente, il proprio gruzzoletto. Hanno infranto il principio base della solidarietà costitutiva di ogni comunità: si contribuisce secondo le possibilità, si riceve secondo i bisogni. E non si sono resi conto che quella rottura, per tutelare la propria migliore condizione, è intrinsecamente impolitica perché potrebbe replicarsi gradualmente da parte delle città verso le zone rurali più povere, e nelle stesse città tra ZTL e periferie.
Si ribalta la solidarietà per l’egoismo, ed il reddito resta dove si produce e in chi lo produce, dimenticando la necessità sottostante degli investimenti nazionali. Si pretende, nel delirio egoistico, di ricevere da tutti ma trattenere tutto per sé, che è condizione innaturale nella realtà dei vasi comunicanti, com’è la società. Hanno blaterato ignobilmente, quelli della Lega Nord, che gli emigrati del Sud portavano via il loro fresco gruzzolo, mentre erano proprio essi, gli emigrati, i protagonisti di esso, come oggi gli emigrati del terzo mondo, in quanto, sia come produttori che consumatori, alimentano i flussi finanziari. E tuttavia i Leghisti hanno aizzato, e lo fanno tuttora, con propaganda tanto volgare quanto plagiante per le popolazioni autoctone, specie le più povere e sprovvedute, della Padania verso tali sentimenti di volgare egoismo e di nessun senso politico, facendone derivare barbarici
impulsi secessionistici, che cancellano secoli di storia italiana, giustamente anelante alla sofferta e provvidenziale unità che, lungi dall’essere puro sentimentalismo, è evidente convenienza economica e politica.
Frutto dell’irrazionale persistente miopia egoistica è ora il provvedimento con cui una minoranza dell’8% (di fatto solo la Lega Bossi-Salvini) impone agli altri due alleati politici di maggioranza una legge che costringe tutti gli italiani a dividersi nella baggiana autonomia regionale differenziata, illusoriamente conveniente. Difetta totalmente alla Lega la consapevolezza storica della mutabilità delle vicende alterne delle nazioni ed in esse delle regioni, di cui perfino una cultura elementare è consapevole e che nessuno strumento politico può frenare. Gli imperi nascono e muoiono, figuriamoci le regioni. Intanto, però, l’egoismo di uno finisce per infettare tutta la convivenza collettiva, gettata nel meccanismo stritolante della disgregazione concorrenziale e conflittuale, portatrice di divisioni e di decadenza economica rispetto alle altre nazioni, dal peso economico molto più cogente. Una regione, infatti, non potrà mai avere la forza contrattuale economica e politica che appartiene al potere di un’intera nazione. L’unica spiegazione che spinge la Lega Nord all’autonomia differenziata è la paura della perdita di quote economiche recentemente conquistate, che si intende così puntellare, con demenziali e ingannevoli strumenti legislativi. La scommessa economica non si puntella, infatti, con le leggi, mentre lo spezzettamento dell’Italia va a rompere quella millenaria coscienza, già codificata da Augusto all’inizio dell’età moderna, quando aveva incorporato anche la parte continentale, tra il Po e le Alpi, culturalmente molto arretrata rispetto alla penisola, per costituire una comunità di destino che, secondo Virgilio, aveva in Roma, che non è il nord, la missione di ‘regere populos’, tenere unite tutte le nazioni del Mediterraneo. E mai il Mediterraneo, e non solo l’Italia, è stato ricco in ogni sua componente come allora.
L’illusione fallace è che senza i lacci della nazione o dell’impero, ma con monadi autonome ed isolate, si opererebbe meglio. Volutamente non si riflette che, se vi fossero già state, negli anni ’50, le regioni autonome, non sarebbe mai stato possibile finanziare, con soldi di Roma, cioè dell’intera comunità italiana, industrie, strutture ed iniziative del ‘triangolo industriale de Nord’. Si vuole, invece ed evidentemente, impedire che ciò possa avvenire ora a vantaggio delle Regioni del Sud. L’idea dell’impero, centrato su Roma, è rimasta per secoli nella coscienza nazionale dell’Italia, dopo che i barbari lo hanno smembrato, e perfino l’unità augustea dell’Italia. I Barbari non avevano razionalità politica, ma istintivismo tribale, ed hanno distrutto senza ricostruire, o realizzando solo ridotti regni barbarici. La divisione tribale del territorio è barbarica, il modello imperiale, di reggere insieme e governare la diversità, è civile. Sono alla radice della nostra cultura italiana (sarà ancora oggetto di studio nelle scuole regionalizzate?) le invettive del fiorentino Dante Alighieri contro le lotte fratricide delle città. Egli implorava l’Imperatore Arrigo VII a venire in Italia per mettere ordine e pace tra le regioni, divise ed in lotta tra loro. Questa funzione suprema e pacificatrice è quella che rende necessaria, secondo Dante, la ‘monarchia’ unitaria, come quella del buon padre verso i suoi figli, nella famiglia in cui se si cresce si cresce tutti insieme, e la comune famiglia è la ‘patria’. Dante grida il suo cruccio sconsolato per le lotte intestine tra gli italiani. “Le città d’Italia tutte piene – son di tiranni” , “vieni a veder la tua Roma che piagne- vedova e sola”(Purgatorio, VI). La necessità è che vi sia un ‘monarca’, cioè un principio indefettibile di ordine e coordinazione tra le regioni, che freni i moti centrifughi degli interessi particolari, che spesso altro non sono che fughe velleitarie prodotte da paura o incapacità di affrontare la concreta situazione . Ma lo spezzettamento è deleterio, non è medicina ma veleno, ed induce ad inevitabili conflitti defatiganti, come già avviene con la sua semplice enunciazione.
Anche l’aretino Francesco Petrarca, milanese e veneto di adozione, nella sua accorata canzone ‘Italia mia’, si dispera per le divisioni interne italiane “di che lievi cagion che crudel guerra… guastan del mondo la più bella parte” e supplica affinché “quel che in altrui pena tempo si spende… in qualche onesto studio si converta”. Non è, dunque, accettabile che ora un piccolo partito dell’8%, per rincorrere fallaci illusioni economicistiche, ricatti la sua maggioranza di governo, costringendola a leggi contro il fondamento stesso dell’azione politica, spezzettando l’unità della patria, pur essendo essa per loro un valere supremo.- E perfino il lombardo Alessandro Manzoni, richiama i tristi tempi del ‘400 del Conte di Carmagnola, quando erano frequenti le tristi notizie: ”i fratelli hanno ucciso i fratelli…questa orrenda novella vi do”, mentre le schiere armate straniere fiutavano l’occasione per invadere e dominare i territori, prostrati dalle guerre intestine fratricide. E Manzoni conclude: “Siam fratelli: siam stretti ad un patto, maledetto colui che l’infrange, – che s’innalza sul fiacco che piange”. E il maledetto sembra effigiato in colui che oggi propugna la differenziazione tra le Regioni, per trarne un egoistico vantaggio, rovinando la comunità patria. Ed è un illusorio calcolo quello che assume la variante economica come determinante universale della vita regionale, come ammoniva il marchigiano Giacomo Leopardi: ”questa età superba…stolta che l’util chiede, – e inutile la vita quindi più sempre divenir non vede”. Alla sfrontatezza egoistica che sorregge la richiesta dell’autonomia differenziata, si aggiunge l’idiozia di assumere come valore massimo da tutelare la passeggera evanescenza della fase economica. Eppure sarebbe facile tollerare tale follia, se incidesse negativamente solo su chi la coltiva; ma essa avrà conseguenze pandemiche su tutte le regioni della nazione italiana, ed ha ben ragione ancora il lombardo ed illuminato Manzoni quando impreca: ‘maledetto colui che infrange il patto e s’innalza sugli altri’.
