Dopo 25 anni la storia si ripete. Erano gli anni ’90 del berlusconismo, nel 1994 nacque il primo governo Berlusconi, grazie al patto del Cavaliere con la Lega di Bossi e i post fascisti di An, guidati da Gianfranco Fini. L’Italia era ancora stordita da Tangentopoli, in massa gli elettori si affidarono a Berlusconi, rassicurati ed ammaliati dalle sue capacità comunicative e dalla sua storia di successo. L’unico argine allo strapotere del centrodestra fu quello dei sindaci: in quegli stessi anni i candidati progressisti riuscirono a ribaltare il voto espresso alle politiche, conquistando le principali città italiane. Rutelli a Roma, Castellani a Torino, Illy a Trieste, Cacciari a Venezia, Orlando a Palermo, Bianco a Catania, Bassolino a Napoli rappresentarono un’immagine diversa della politica, un impegno davvero riformista al fianco dei cittadini, un esempio di pragmatismo premiato molto spesso con la riconferma dei sindaci in questione.

La situazione attuale presenta molte similitudini con quel periodo: i pericoli finanziari ed economici, la scarsa fiducia nelle istituzioni e nella politica, la disaffezione degli elettori. E oggi come allora, di fronte ad un voto reazionario e di destra che ha sancito lo strapotere della Lega anche al sud e nelle regioni cosiddette rosse, e la tenuta del Movimento 5 Stelle soprattutto al meridione, ci ha pensato un gruppetto di sindaci a “tenere botta”.

A Bari, Firenze, Bergamo, Modena, Pesaro e Lecce i candidati del centro sinistra si sono affermati al primo turno, ribaltando in maniera palese il voto espresso dallo stesso elettorato alle elezioni europee. Un voto “disgiunto” che ha dimostrato, tra l’altro, che l’elettorato è molto più scaltro di quanto si pensi. Decaro, Nardella, Gori, Muzzarelli, Ricci e Salvemini hanno dimostrato che c’è un centrosinistra che ha grandi capacità di governo, almeno al livello cittadino. Il confronto con le dinamiche nazionali appare certamente fuori luogo, ma sarebbe un grave errore non tener conto di questi risultati, che parlano di politici impegnati tra la gente, sul territorio, a risolvere piccoli e grandi problemi, a districarsi tra ristrettezze economiche e burocrazia.

Siamo di fronte ad un ceto politico di governo locale di gran lunga più riconosciuto ed apprezzato rispetto ai partiti di provenienza. Questi ultimi (leggasi il Pd) facciano tesoro di questi risultati. Forse ripartire dalle città, dalle periferie cittadine, dal rapporto con i cittadini, può essere l’inizio del riscatto. La scelta del candidato, ovviamente, può fare la differenza. Ma è tutta la strategia politica che deve essere ripensata. E i sindaci in questa sfida possono giocare un ruolo determinante.

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