Responsabilità è la parola che torna con più frequenza nelle riflessioni di Alessandro Barbano, giornalista e saggista, autore di diversi libri sul populismo come “Troppi diritti” e “Le dieci bugie”. Una responsabilità declinata – della politica, degli intellettuali, dei cittadini – che sola può produrre quell’estetica della complessità, capace di superare il riduzionismo tipico della demagogia populista. Con lui abbiamo provato a comprendere perché l’Italia sia arrivata a questo punto e cosa succederà nelle prossime settimane.

Nel suo ultimo libro Le dieci bugie, parlando di populismo, affermava che c’era “confusione sul nemico e sulle coordinate del conflitto”. Si tratta di un passaggio quasi profetico, le mosse di Salvini hanno spiazzato tutti, a partire dall’alleato di governo. Mancano ancora gli strumenti per interpretare il populismo?

Mancano gli strumenti strategici, ci sono solo gli strumenti tattici, come quelli cui assistiamo in questi giorni. Mi riferisco al tentativo di ribaltare le sorti del governo, sterilizzando le mosse di Salvini. L’accordo per la formazione di un governo di legislatura metterebbe fuorigioco la Lega, impedendole di andare al voto e di portare a termine misure centrali per il suo elettorato, come l’autonomia differenziata e la flat tax. L’obiettivo è far implodere la leadership di Salvini, attraverso la formazione di governo guidato da una figura di caratura internazionale – penso a Mario Draghi, ammesso che ci stia. Se questa manovra dovesse riuscire – ma dubito che sia così -, si tradurrebbe in una chiamata all’unità contro un nemico comune, Salvini, che nel suo analfabetismo democratico ha creato allarme con la richiesta di pieni poteri al popolo. Si tratta di una risposta comprensibile, anche giusta nella congiuntura, ma non è una risposta strategica.

Quale dovrebbe essere, invece, la risposta strategica?

La risposta strategica al populismo è quella che si chiede che cosa ha originato il populismo in Italia e come sfidarlo con una proposta veramente alternativa. Bisogna riconoscere la linea di continuità che esiste tra la malattia della democrazia rappresentativa degli ultimi 25 anni e il rimedio populista, che si è rivelato peggio del male. Questa linea di continuità si alimenta nella deriva tattica e nel cedimento alle ragioni della repubblica del consenso, che scarica sulle generazioni future il peso delle promesse elettorali di oggi. In particolare, dal 4 marzo a oggi, i due principali soggetti dell’area non populista – Forza Italia e Partito democratico – si sono arroccati dentro l’assetto istituzionale che aveva caratterizzato la loro preistorica contrapposizione bipolare, come se la democrazia italiana fosse ancora maggioritaria e nulla fosse successo. Nessun contatto esterno, nessuno sforzo trasformativo interno, in altre parole la crisi di consenso li ha paralizzati e svuotati di energie. Lo sanno anche quei dirigenti democratici, come Zingaretti, che hanno gioito per la pioggerellina di consensi europea, frutto dell’implosione del Movimento 5 Stelle. Non a caso il dibattito che si è aperto nel Pd, tra un’abiura e un occhieggiare ai 5 Stelle, riguarda le future alleanze, non la sostanza dell’offerta riformista. Allo stesso modo, il conflitto che si è aperto nell’universo berlusconiano riguarda la possibilità, con le primarie, di sottrarre al vecchio leader, al padre nobile, il potere decisionale, senza la preoccupazione di ridefinire i contenuti dell’offerta liberale, distinguendola da quella della destra salviniana.

Quindi c’è ancora confusione nel cielo dei non populisti?

Sì, c’è un deficit di comprensione, ma c’è anche un deficit di proposta e, quindi, di coraggio che mantiene inalterata la linea di continuità tra prima e dopo. Questa rinuncia trascina la democrazia italiana su un terreno puramente tattico, che risponde all’urgenza della bomba lanciata da Salvini di una crisi di governo in piena estate. È solo tattica, e sulla tattica i partiti sono molto bravi, ma è la strategia quella che manca. Perché strategia vuol dire partire dalla complessità che il populismo vuole ridurre e rivalutare un istituto chiave della democrazia rappresentativa: il compromesso. Salvini vuole poteri forti? Ossia vuole azzerare l’intermediazione tra il cittadino e il vertice? Noi dobbiamo mettere in connessione culture senza voce nel Paese: i liberali, i cattolici e i riformisti. Bisogna perseguire il compromesso come sostanza della stessa offerta politica, in modo da far tornare a coincidere l’identità con la rappresentatività. Noi siamo l’espressione della cultura liberale, della cultura cattolica e di quella riformista, ma non siamo più nessuna di queste culture prese singolarmente. E noi, ancora, intendiamo con questo accordo rifondare il patto rappresentativo che disfacendosi ha aperto la strada al populismo.

Questa sarebbe la vera operazione strategica?

Sì, un’operazione coraggiosa, capace di mettere in campo una riflessione su due fenomeni che hanno contraddistinto la contemporaneità: la globalizzazione e la costruzione dell’Europa unita. Su questi temi c’è, infatti, una netta differenza con i populisti, i quali tutti – di destra e di sinistra – danno un giudizio liquidatorio, che imputa alla globalizzazione la crescita delle disuguaglianze e all’Europa la morte della sovranità popolare. Noi, invece, diamo un giudizio critico, ma positivo. Se la globalizzazione ha contribuito, in vent’anni, a ridurre da 2 miliardi a 800 milioni la quota di persone in povertà assoluta, se nello stesso periodo in Europa il potere d’acquisto della classe media è diminuito – secondo me più nelle aspettative che nel potere reale -, noi anti-populisti dobbiamo maledirla o contribuire a correggere alcune sue storture ed eccessi? Noi dobbiamo sostenerla, stando attenti alla critica ideologica alla globalizzazione. Quale che sia la mia cultura di riferimento – liberale, cattolica o riformista – io, uomo del Novecento, guardo alla globalizzazione con una quota di cosmopolitismo, che àncora il giudizio su un’offerta politica all’avanzamento universale della condizione umana. Allora, se pure la globalizzazione ha avuto la conseguenza di migliorare le condizioni di vita di asiatici e africani e di peggiorare quelle degli europei, io non posso per questo mettere la globalizzazione sul patibolo. Devo esserne contento, ma questo non vuol dire che non ci siano asimmetrie da correggere e che meritano la mia attenzione. Allo stesso modo, devo caratterizzare il mio giudizio sull’Europa. Questo giudizio riguarda i vincoli imposti dall’esterno alla nostra sovranità, ossia il Trattato di Maastricht? Oppure riguarda il rapporto di responsabilità con le generazioni future? Mi spiego. Il debito pubblico è un problema del mio rapporto con l’Europa o di quello con i miei figli e nipoti, su cui sto scaricando i miei diritti attuali? È necessario comprendere che il discrimine strategico, nei confronti dell’Europa, sta nel condividere che l’interesse nazionale va perseguito entro i vincoli di responsabilità che il Paese assume non solo nei confronti dell’Ue, ma nei confronti di se stesso. Questa responsabilità è per me un tutt’uno con il concetto di delega, la quale delega non si esaurisce nel voto, perché la legittimazione popolare, per ampia che sia, non definisce per intero la sovranità, come sostiene Salvini. Perché la Costituzione del nostro Paese dice che “la sovranità si esercita nei limiti e nelle forme”. In questi limiti e in queste forme ci sono tecnocrazia, saperi, organi collettivi. La sovranità non è una scatola vuota che si riempie con le maggioranze di turno. La sovranità è insieme potere e sapere, parlamento e istituzioni non elettive, in un bilanciamento che è la sostanza del patto europeo, che è la forma più evoluta di democrazia che si conosca. La democrazia rappresentativa nasce in Europa, eppure il populismo non la comprende e riconosce, cercando di piegarla a interessi di parte. Questi due elementi strategici non ci sono nelle proposte dei partiti, ma è su globalizzazione ed Europa che bisogna sfidare i populisti. C’è bisogno di un percorso di lungo periodo, che costruisca una retorica e una pedagogia capaci di contrastare la demagogia populista.

In questo particolare frangente, tuttavia, non sembra esserci tempo e le alternative che restano sul tavolo sono, sostanzialmente, tre: voto subito, governo istituzionale, governo di legislatura. Quali possono essere le conseguenze per il Paese?

È chiaro che, per ora, restano solo alternative tattiche, che non escludono l’attivazione di un percorso strategico. Non amo i tatticismi, ma se in questo momento, attraverso un’assunzione di responsabilità da parte di partiti più maturi, si riuscirà – anche con l’ausilio di una figura di caratura internazionale, come richiamavo sopra – a contrastare gli eccessi di Salvini e del populismo, non potremo che gioire. Dopo di che, questa non è la sfida al populismo, questo è un adattamento che il Paese opera, facendo leva sulle riserve di energie democratiche che sono più grandi di quello che spesso immaginiamo di vedere. Tuttavia, in questi anni in cui si dovesse costruire un governo di legislatura, nulla vieta che una forza liberale, cattolica e socialista, in senso lato, possa maturare nella società italiana. Allo stesso modo, se si dovesse andare al voto e Salvini dovesse ottenere la maggioranza, ci sarebbe tutto il tempo per costruire l’alternativa. In definitiva, il terreno tattico e il terreno strategico non sono in contraddizione, ma uno non implica l’altro. La soluzione tattica, che si origina in emergenza, non risolve il tema del populismo.

C’è un problema di classi dirigenti?

Non solo di classi dirigenti, c’è un problema di pensiero. La delega del sapere è stata schiacciata, deve riscattarsi. Può essere aiutata anche dalla politica, ma c’è bisogno di uno sforzo per riavvicinare il potere al sapere. Gli intellettuali devono rientrare in politica, assumendosi le loro responsabilità. Ma non è semplice. In questo momento, c’è un rapporto conflittuale tra intellettuali e politica. Quando si dice “Ma Draghi ci starebbe a venire?”, quella è una prima prova.

È anche questa assenza di pensiero che ha reso l’elettorato così volatile? Diversi sondaggisti e analisti politici mettono in guardia il leader leghista dalla volatilità degli elettori. C’è questo rischio per Salvini?

Si tratta di un effetto dello scollamento che esiste nella delega del sapere tra le élite e i cittadini. Nelle società che sono in equilibrio, la delega del sapere guida i processi decisionali. In paesi come l’Italia, questa cerniera si è rotta come conseguenza, da un lato, di fattori presenti su scala globale – a esempio la disintermediazione realizzata dalle tecnologie della comunicazione -, dall’altro, di deficit di cultura civile. Riattivare la delega del sapere è, quindi, una priorità assoluta della democrazia italiana. Si devono riformare aggregazioni e canali attraverso cui la leadership si agganci al sapere, costruendo una retorica che esalti questa coincidenza. Ciò non vuol dire la repubblica dei sapienti, élitaria, di marca platonica, ma non può essere neanche la repubblica dei “deficienti”, che rivendicano l’ignoranza come fondamento della democrazia.

C’è, secondo lei, un rischio di Italexit in questo momento? Molti sostengono che sulle scelte di Salvini potrebbe aver influito la prospettiva di una manovra “lacrime e sangue”. Al contrario, il leader della Lega non potrebbe aver deciso di forzare i tempi per una manovra anti-europea?

Certo, Salvini vuole accelerare per giungere, insieme al suo manipolo di economisti, a un modello sociale ungherese. È chiaro che vuole andare in deficit per la spesa corrente e sfidare così l’Europa, intestandosi una battaglia che sette mesi fa è fallita per la mediazione del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia. Non vuole una manovra che non serve allo sviluppo, ma che accetta i vincoli europei. In altre parole, che aumenta il debito pubblico e spende soldi in Reddito di cittadinanza. In questo gli do ragione, anche se lo sapeva già mesi fa ,quando ha accettato di fare il governo con i 5 Stelle, mettendo inoltre 8 milioni sulla riforma della legge Fornero che l’Italia non poteva permettersi. Di questo si è reso conto e vuole fare altre misure in deficit, perché non concepisce l’idea di ridurre la spesa, mossa elettoralmente indigesta. Ora vuole fare la flat tax, ma non sa che queste misure, se non sono ancorate a un progetto complessivo di Paese, sono misure corporative che servono a far pagare un po’ meno tasse a una fetta di popolazione, ma non a rilanciare l’economia. Se più tasse con meno spesa vogliono dire recessione, è vero anche il contrario, meno tasse con più spesa non determinano la ripresa economica del Paese. Anzi si traducono in meno spesa e più disuguaglianze. Per avere più crescita, servono meno tasse con meno spesa, ossia una riduzione del debito pubblico, perché l’effetto recessivo che si ha con la riduzione della spesa è minore dell’effetto espansivo che si ha con il moltiplicatore generato dalla defiscalizzazione del sistema. Tuttavia, il coraggio di costruire una manovra che concili meno tasse e meno spesa si basa sulla costruzione di una retorica che inviti i cittadini a “stringere la cinghia”. E qui torna il concetto di responsabilità, che si traduce in un investimento sulle generazioni future: solo riannodando la frattura generazionale che si è aperta tra padri e figli, tra nonni e nipoti, il nostro Paese può ripartire. Serve una retorica che non promette, ma chiede agli italiani. Il contrario del modello populista.

Qual è il ruolo dei 5 Stelle in questo contesto? Rischiano l’implosione?

No, assolutamente no. I 5 Stelle sono tanto populisti quanto Salvini, sono pericolosi. Sono giustizialisti, forcaioli, statalisti, pauperisti, assistenzialisti, hanno contribuito a degradare la democrazia italiana. Sono la stessa, identica cosa di Salvini. Per questo dico che un’alleanza tattica va bene, perché se ci fosse il pericolo che i 5 Stelle andassero al governo del Paese da soli, sarei disposto anche a un’alleanza con la Lega. Nel mio ultimo libro, Le dieci bugie, c’è un capitolo in cui dimostro la sostanziale sovrapposizione tra Salvini e Di Maio.

Tornando agli anticorpi democratici di questo Paese, chi preme per evitare il voto a ottobre, parla di rischio autoritario. Davvero l’Italia è così debole?

No, lo ha scritto molto bene Orsina su La Stampa. Il pericolo non è il fascismo di Salvini, il pericolo è la riduzione di complessità della democrazia. Quando la democrazia si riduce in complessità, finisce per somigliare a forme illiberali. La democrazia deve essere virtuosa, ma complessa. Non grido al fascismo, gli anticorpi ci sono, però deve esserci un pensiero molto forte che comprende e promuove complessità. Il bipolarismo funziona in democrazie mature, con una forte coscienza civile. In un momento come questo, dove c’è chi tende a ridurre la complessità, un sistema proporzionale è ideale, perché aiuta a valutare le sfumature. La democrazia, in fondo, è una gradazione di grigi.

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