Intervista a Leonardo Palmisano, sociologo e presidente “Radici future produzioni“. 

In diverse occasioni lei si è mostrato molto critico nei confronti del ricorso allo smart working. Quali sono i motivi delle sue riserve?
Ho espresso delle riserve rispetto all’uso improprio della terminologia “smart working”, che è stato fatto attraverso generalizzazioni da parte di alcuni soggetti, anche istituzionali. In realtà nella maggior parte dei casi si è trattato di lavoro agile, non sottoposto a delle verifiche. Questo sicuramente aggravato dal fatto che la gran parte dei lavoratori posti in regime di agile o smart working vero e proprio non conoscevano e non conoscono tuttora la normativa relativa allo smart working. Le mie riserve sono soprattutto in direzione del mancato rispetto della differenza tra lavoro e lavoro domestico: si passava senza soluzione di continuità dal lavoro di cura, quello familiare, a quello vero e proprio a casa, e viceversa. E questo ha gravato di più sulle donne.

A detta di alcuni le aziende potrebbero approfittare di questo strumento per organizzare diversamente il lavoro e rinunciare ad una parte dei dipendenti. Lo ritiene un rischio plausibile?
In quanto imprenditore non ritengo che le imprese abbiano necessità di adoperare lo smart working per poi ridurre il peso della manodopera all’interno dell’impresa. Se mai le imprese necessitano di avere strumenti normativi efficaci che tengano conto dei progressi fatti dalle imprese stesse nell’organizzazione aziendale, e di ricevere, come accade per esempio per il pubblico e la scuola, incentivi per dotare la manodopera che può andare in regime anche temporaneo di dispositivi telematici adeguati. Lo dico partendo dal mio settore, quello editoriale, che può adoperare lo smart working non tanto per la flessibilità, quanto per la velocità, per essere più smart.

Le associazioni di categoria delle attività commerciali hanno dichiarato che senza lavoratori molti negozi rischiano di chiudere, basti pensare soprattutto a bar e ristoranti nelle zone con alta densità di uffici della pubblica amministrazione, settore in cui il ricorso allo smart working è molto elevato. Condivide questo grido d’allarme?
Più che un rischio è una certezza. Dove i lavoratori non rientrano in ufficio si riscontra una riduzione sensibile dei consumi, non solo nei bar, nella ristorazione, ma anche nelle librerie, nella fruizione culturale. E sicuramente questo calo non può essere compensato dai servizi a domicilio, anche perché costano. Dovrebbe invece essere compensato da forme di sostegno all’impresa, e questo è un punto sul quale sentiamo la necessità tutti quanti di intervenire. Le città per parecchio tempo non torneranno ad essere come prima, è impensabile ritornare ad una situazione pre-Covid, se non vogliamo vedere aumentare i contagi. Abbiamo bisogno di adeguare economia a nuove abitudini, con priorità alla salute.

L’approccio al telelavoro non è solo tecnologico ma anche sociale e culturale: cosa ci manca per essere pronti ad affrontare questa sfida?
Il settore pubblico, ad esempio, non è adeguato in termini di mentalità allo smart working. Noi abbiamo registrato in questi mesi una difficoltà di interlocuzione ad esempio con l’ente regionale, perché hanno svuotato letteralmente alcuni uffici. Questo è un tema che va sicuramente affrontato, anche perché nel nostro Paese la gran parte delle imprese dipende anche dalla puntualità del pagamento da parte del pubblico. Se deve essere smart working nel pubblico, è necessario che anche i lavoratori pubblici possano interloquire direttamente con le imprese, e che vengano snellite le procedure burocratiche eccessive. Nello stesso tempo, però, bisogna garantire e tutelare la legalità, a partire dai diritti di chi lavora in smart working.

 

Sullo stesso argomento leggi l’intervista a Francesca Comunello, professoressa associata Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale – Sapienza Università di Roma

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