Appare ancora marginale e poco approfondito il dibattito che riguarda le periferie e la crescita delle disuguaglianze degli ultimi decenni. Tale stato di cose va di pari passo con l’incapacità – tra tutti – di politici e urbanisti a cogliere il nesso tra il governo del territorio e la regolamentazione del capitalismo, nelle forme che ha assunto in epoca contemporanea. Eppure, già a partire dall’Ottocento queste tematiche hanno interessato l’architettura e la disciplina urbanistica poiché intimamente legate a due importanti fattori: il sistema economico basato sulla produzione industriale e l’urbanesimo per effetto della migrazione di manodopera dalle aree agricole e interne.

Salvo che per annunci o sommarie e imprecise dichiarazioni, in effetti, non sembra si affronti analiticamente quanto è avvenuto nel corso degli ultimi decenni nelle aree più estreme e marginali delle nostre città né sulle fasce sociali più deboli o che stanno perdendo certezze economiche e l’originaria collocazione nel contesto sociale. Oggi iltermine “periferia” ha una molteplice declinazione: riguarda gli spazi fisici emarginati delle grandi aree urbane, si può riferire alle aree interne e ai territori oramai pertinenziali e subalterni rispetto alle metropoli e alle città, ha implicazioni di carattere sociale e relazionale. Tutte queste periferie, però, determinano e contengono intrinsecamente elementi comuni di “antagonismo”: si contrappongono a un “centro” che fagocita risorse e servizi, si ribellano alla propria condizione socio-economica e relazionale, contestano la politica e le istituzioni considerate lontane e non idonee a rappresentarne gli interessi profondi.

L’assenza cronica di una approfondita elaborazione, in tal senso, appare maggiormente evidente a Roma la quale soffre dei limiti delle ultime giunte che la hanno amministrata, ma anche della disorganizzazione della propria macchina amministrativa, della gestione di un bilancio pubblico in forte passivo e di condizioni strutturali e infrastrutturali che ne condizionano da decenni le traiettorie di sviluppo. Non a caso il confronto politico romano ha trascurato – sulla scorta di quanto avviene da quasi un ventennio – il ruolo e la funzione che deve svolgere la Capitale d’Italia e le prerogative che devono assumere la città metropolitana e i suoi municipi, nonché il vasto territorio interessato da strettissimi rapporti funzionali. Eppure i margini per intervenire sulla città, per rigenerarne il tessuto economico, produttivo, infrastrutturale e sociale esistono, ma a patto di offrire risposta a nuove e pertinenti domande. Alla luce di quanto osservato in precedenza, per esempio, quali sono le periferie di Roma?

Le estese “periferie” romane altro non sono che importanti luoghi di “cerniera” tra il centro della città metropolitana di Roma e le reali periferie rappresentate da oltre 100 comuni che ne compongono la struttura fisica e sociale e dai principali luoghi del pendolarismo regionale ed extraregionale (Grosseto, Napoli, L’Aquila). Oltre a insistere sulla manutenzione stradale o sulla realizzazione di un nuovo stadio per il gioco del calcio, è possibile trasferire l’attenzione e il confronto, allora, sulla ricollocazione di importanti servizi al cittadino nelle aree cerniera, così da ripensare il modello urbanistico del Comune di Roma in funzione della sua forte attrattività rispetto ai comuni contermini? In questa chiave, per esempio, si sarebbe potuto sostenere già da anni lo sforzo che sta compiendo la Regione Lazio per riorganizzare la sanità pubblica, indicando anche una nuova “infrastrutturazione” metropolitana e la ricollocazione sul territorio degli impianti ospedalieri, così da risultare in posizione baricentrica fra i quartieri centrali del comune capoluogo e i comuni metropolitani della cintura romana, seguendo precisi andamenti demografici e tempistiche di percorrenza stradale. Proprio nelle ore in cui è stata revocata l’Autorizzazione Integrata Ambientale per l’impianto di trattamento meccanico biologico di via Salaria è possibile omettere una approfondita riflessione sulla chiusura del ciclo dei rifiuti e della collocazione territoriale di nuovi, più efficienti e ambientalmente sostenibili centri di trattamento consapevoli che non può prevalere né un atteggiamento campanilistico né l’oblio della questione rifiuti?

Si rischia di perdere, invece, l’occasione per ponderare unitariamente la strategia di competizione territoriale della Città metropolitana di Roma per decongestionarne il centro fisico e diminuire i flussi di traffico di penetrazione; per riorganizzare spazialmente le aree cerniera e per rispondere adeguatamente allo sviluppo economico e sociale di comunità che oggi risultano marginali sullo scacchiere in cui la competizione globale le ha relegate. Ma si rischia anche di perdere di vista l’obiettivo di integrare funzionalmente territori che già vivono un rapporto simbiotico, ma spesso con dinamiche non bilanciate tra ambiti differenti. Competizione, coesione, produzione e redistribuzione, pur essendo i fattori dirimenti da trattare su scale disparate, che vanno dal locale all’internazionale, sono risultati poco o affatto collocati all’interno di una riflessione politica e di una programmazione amministrativa coerente. I grandi temi riguardanti le periferie e la crescita delle disuguaglianze sono state affrontate senza una visione sistemica, ovvero senza un’elaborazione volta a governare le interconnessioni che le grandi città producono sia nei confronti dell’hinterland sia nei riguardi della vasta “rete” urbana globale.

Ma è proprio questo il campo sul quale la politica deve collocare la rigenerazione urbana, spostando attenzioni, investimenti e servizi pubblici e privati. Così, tra le contrapposte propagande elettorali si è completamente omessa la questione della rendita fondiaria urbana e degli strumenti a disposizione per un misurato governo del territorio, ovvero delle condizioni basilari per il recupero pubblico di risorse economiche e di costruzione di un migliore sistema di servizi al cittadino: un ritardo di elaborazione che può costare caro ai cittadini interessati dall’ambito metropolitano, considerato che la struttura amministrativa attuale non corrisponde né alle esigenze degli attori economici agenti né alle domande sociali emergenti né al cambiamento di scala nei processi decisionali pubblici e privati. Occorre generare nuove politiche urbane ripensando al ruolo ed alla funzione storica della città, ai processi di agglomerazione e alle nuove modalità con le quali opera il capitalismo contemporaneo. Ed è necessario che la “rigenerazione urbana” sia utile al cittadino, alla società e possa condurre ad un modello economicamente competitivo e socialmente sostenibile di organizzazione spaziale e sociale del territorio e della collettività che lo vive.

La rigenerazione urbana è una grande opportunità che va inserita, quindi, in un processo di innovazione degli strumenti nazionali e locali a disposizione del soggetto pubblico per limitare le sperequazioni e governare i processi produttivi. Un altro modo per intervenire strutturalmente sulle immense “periferie” che l’attuale modello economico sta producendo non è dato.

L’autore è architetto e urbanista.

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