Che il mondo non “funziona” più ce ne stiamo accorgendo tutti. La crisi climatica che ogni giorno più drammaticamente si manifesta sotto i nostri occhi non riesce a trovare un contesto, una sede dove sia possibile concordare strategie globali efficaci per contrastarla. Vediamo come sconvolge i nostri Paesi ma stentiamo a renderci conto di cosa stia succedendo in aree geografiche a noi contigue come l’Africa: sono milioni le persone in fuga dalla siccità, dalla fame, dalla mancanza delle medicine e delle strutture sanitarie necessarie. Questi enormi movimenti migratori premono alle nostre porte, e come è ovvio che sia, neanche la paura della morte riesce a fermarli (figuriamoci un hot spot in Albania). Le guerre per l’acqua sono già in corso (vedi quella tra Egitto e Sudan per il controllo del fiume Nilo) e sono destinate ad aumentare.

Anche la crisi del commercio mondiale appare evidente e sembra non esserci più alcun “regolatore” internazionale in grado di gestirla. E’ in corso una redistribuzione violenta delle produzioni manifatturiere (vedi automotive) che si combatte sulle spoglie dei diritti e dei salari dei lavoratori di tutto il mondo e sulla qualità dei prodotti per i consumatori. L’Occidente economico si è illuso che la finanziarizzazione del sistema economico potesse essere la risposta, ma si è trattato di un’illusione: la realtà ci sta dimostrando che non basta gestire i capitali ma bisogna avere anche solide basi manifatturiere.

E poi ci sono le guerre. Guerre senza più alcuna regola, senza distinzione tra popolazione civile e combattenti, tra strutture militari e ospedali, scuole, civili abitazioni, senza alcuna remora nello sterminio di vittime innocenti come bambini, anziani, malati. L’orrore e lo sdegno ci accompagnano quotidianamente insieme al senso di impotenza personale e collettivo. I Governi si ostinano ancora a tentare di giustificare le guerre per “legittima difesa” ma, come dimostrano le carneficine quotidiane in Ucraina e soprattutto in Palestina e Medio Oriente, non c’è niente di difensivo in tutto questo. L’unica guida sembra essere il desiderio di potenza, la voglia di sopraffazione e di annientamento del vicino anche a costo di cancellare qualsiasi residuo segno di umanità!

In questo drammatico contesto, in questa drammatica lotta senza regole, insieme alla umanità di ciascuno di noi, le Istituzioni internazionali si stanno liquefacendo. La delegittimazione delle istituzioni internazionali riguarda tutte: dall’ONU all’UE, dalla Corte di Giustizia Internazionale al WTO (Organizzazione del Commercio Mondiale) e via dicendo. Ma la cosa ancora più grave è che questo continuo processo di disconoscimento delle istituzioni internazionali non riguarda soltanto il loro modo di operare, il loro finanziamento, il riconoscimento della loro autorità, ma coinvolge gli stessi principi fondativi, il diritto internazionale, i cosiddetti valori universali, peraltro magistralmente codificati nella nostra Costituzione.

Da tutto questo deriva la DISUMANITÀ che sempre più caratterizza il nostro tempo! Se ancora esiste una possibilità di dare una chance al mondo, ai nostri figli, ai nostri nipoti, allora non c’è più tempo da perdere. Bisogna subito mettere in campo, in tutto il mondo, la volontà dei popoli di vivere in pace, in sicurezza, in prosperità. Bisogna che qualcuno cominci… In questo nuovo inizio l’Occidente si gioca l’ultima possibilità di avere un ruolo. E deve cominciare con un bagno di umiltà. Dobbiamo riconoscere che la nostra crisi non riguarda soltanto il modello dì sviluppo ma attiene anche ai valori di cui siamo stati portatori. Finché siamo stati egemoni sul piano economico è stato facile pensare di esserlo anche su quello valoriale. Le regole e i valori fondanti delle istituzioni internazionali sono state scritte sulla base dell’egemonia culturale, economica, tecnologica e militare dei paesi occidentali.

Oggi questo complesso sistema non viene più riconosciuto, non soltanto dai nuovi popoli emergenti (vedi i BRICS) ma anche da parte degli stessi paesi occidentali, sia pure con diverse gradazioni nell’affermazione di se. Abbiamo sotto gli occhi il disprezzo con cui Israele considera l’ONU e le sue organizzazioni a partire dall’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dei rifugiati), dall’UNIFIL (la forza internazionale di interposizione nel sud del Libano), fino alla Croce Rossa Internazionale e alla sua organizzazione di religione musulmana, la Mezzaluna Rossa.

Israele, il tanto decantato unico Stato democratico del Medio Oriente, con il governo Netanyahu sta tradendo non soltanto la cultura occidentale a cui dichiara di appartenere, ma le stesse ragioni fondative dello Stato ebraico. Anche l’Europa, con la crescita dei partiti nazionalisti e populisti, sta disconoscendo la sua storia e le sue istituzioni comunitarie. Gli europei sembrano sempre più spaventati di perdere il loro benessere; le pulsioni egoistiche crescono, l’inverno demografico dimostra quanta sfiducia si ha nel futuro. Le cancellerie europee non hanno una linea comune su quasi nessuna delle gravissime crisi che attraversano il mondo.

Gli USA sono attraversati da una profonda crisi di identità, dovuta alla perdita di ruolo mondiale, nonostante abbiano ancora un forte vantaggio militare e tecnologico. Il successo degli slogan trumpiani, comunque finiscano le prossime elezioni presidenziali, è il frutto della perdita di egemonia economica e produttiva e della recrudescenza della pulsione isolazionista che da sempre ha allignato nella società e nella politica americana. Proprio su quest’ultima questione si vedono le maggiori differenze tra la proposta di Kamala Harris e quella di Donald Trump: mentre la prima propone una visione aperta al mondo sia pure con qualche intenzione egemonica, il secondo inneggia all’autarchia economica e all’isolazionismo americano con una postura “arcigna” verso il resto del mondo.

Tutto ciò dimostra che non abbiamo più alcuna egemonia valoriale da esercitare. Nel mondo altri popoli, altre culture, altri valori, stanno premendo per legittimarsi, per essere riconosciuti e valutati non sulla base del metro occidentale bensì su quello della loro storia, cultura, tradizione ma anche sulla base della forza delle loro economie e della loro crescita demografica. Non possiamo più pensare che il nostro ruolo sia quello di “esportare la democrazia” anche se siamo convinti (io lo sono) che essa sia il miglior sistema di governo inventato dall’uomo.

E’ necessaria una nuova mediazione degli interessi e delle culture, un riconoscimento reciproco delle ragioni di ciascuno. La diplomazia deve tornare ad essere protagonista nelle relazioni internazionali soppiantando il ricorso agli eserciti. Dovrà essere capace di individuare alcuni principi di base comunemente riconosciuti: il valore della vita umana, il rispetto della dignità di ciascun popolo e di ciascuna persona, la supremazia della volontà popolare, la libertà di espressione del pensiero. Un nuovo ordine mondiale non potrà che essere multipolare, rispettoso di tutte le culture, più solidale nella distribuzione della ricchezza, più determinato nel contrasto alla distruzione climatica del pianeta. Su queste basi è possibile rifondare e rilegittimare le Istituzioni internazionali. Non si tratta di scambiarsi il ruolo egemone tra una cultura ed un’altra. E’ il paradigma di fondo che deve cambiare passando da un modello egemonico ad uno cooperativo.

Forse sto scrivendo queste cose pensando a mio nipote Giacomo che oggi compie 1 mese di vita e a cui non vorrei lasciare un mondo così disastrato… forse questo percorso è una bella utopia. Ma quale altra alternativa c’è alla distruzione del mondo ?

1 commento

  1. Potrebbe non essere una utopia se a capo dei governi e delle istituzioni internazionali ci fossero uomini e donne che credono fermamente nel valore della vita e della dignita’ umana e prendono decisioni sulla base di interessi comuni invece che su interessi economici dei singoli stati o peggio egemonici.

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