Sarò sincero: quando mi imbatto in fatti di cronaca come quella del giovane Santo, ucciso da un suo coetaneo, leggo la notizia quasi “distrattamente”, come vinto da un senso di repulsione nei confronti di una realtà assurda, quasi impossibile da accettare. Eppure, credo sia necessario parlarne, discutere e arrivare alla radice della natura di una recrudescenza di violenza fine a se stessa.
Andiamo con ordine: cosa hanno in comune gli omicidi di questi ultimi tempi? Molto spesso, una questione prettamente geografica tende ad accomunare questi casi di violenza a fenomeni legati alla criminalità organizzata, ma se si prova a guardare oltre la coltre di pregiudizio, si capirà che la criminalità organizzata non ha nulla a che fare con tali fenomeni, se non come sfondo del metodo. E ancora, qualcuno potrebbe asserire che questi fenomeni sono dettati dal disagio sociale, economico o razziale. Beh, anche in questo caso si fa fatica a unire i puntini e a accomunare i vari casi. La radice comune di questi omicidi è la giovane età delle vittime e degli esecutori.
Questi ragazzi non hanno nulla a che vedere con i giovani della “paranza dei ragazzi”, che avevano l’obiettivo di predominare criminalmente il centro storico di Napoli, e non sono nemmeno le gang latine presenti nell’hinterland delle nostre metropoli. Sono un’altra cosa. Alcuni di questi ragazzi non vivono nemmeno particolari forme di disagio economico e sociale; con calma, e senza avere fretta di tirare somme sbagliate, andrà stilato un profilo chiaro.
La realtà inquietante che emerge e accomuna tutti questi casi è una: la futilità dei motivi che hanno portato a compiere un atto così grave, fino ad arrivare al punto di togliere la vita ad un coetaneo. Tutto ciò è agghiacciante e quasi incomprensibile, ma descrive quanto si sia perso il senso della misura e quanto sia sproporzionata la reazione rispetto all’offesa (sia ben chiaro, per coscienza, credo che non esista alcun motivo che possa giustificare l’uccisione di un altro essere umano). Questo è molto comune anche in alcuni casi di politica estera.
Viviamo oramai in una società in cui i valori e i principi sono barattati per le frivolezze quotidiane e in cui l’essere è subordinato all’apparire. Ho la netta sensazione che si stia smettendo di armare le giovani generazioni di educazioni essenziali, che portano poi alla formazione dell’individuo, di una coscienza o, quantomeno, di una consapevolezza. Ho la sensazione che abbiamo dimenticato quali siano quei principi cardini che non possono mai essere messi in discussione. Insomma, stiamo assistendo a un graduale ma costante impoverimento culturale che ci impedisce di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato; oserei definirlo una sorta di “demenza civica”.
Io non ho soluzioni a tutto ciò, ma credo che un buon inizio sia parlarne e ristabilire tra tutti la gravità dei fatti accaduti, oltre a ristabilire le minime condizioni per una coscienza collettiva.



