L’autore è psicologo e psicoterapeuta, collaboratore del Dipartimento della giustizia minorile, socio della SPI (Società Psicoanalitica Italiana).
Il 23 luglio 2026 il Consiglio dei ministri del nostro Paese ha approvato un disegno di legge recante modifiche in materia di imputabilità del minore. Il disegno di legge proposto dal ministro Nordio intende rendere imputabili i minori tra i 14 e i 18 anni senza più la valutazione caso per caso che il Codice di procedura penale minorile (D.P.R. 448/1988) impone oggi. In pochi giorni migliaia di professionisti e di operatori del settore della salute mentale e della giustizia hanno firmato una “lettera aperta sui reati minorili” (pubblicata su openletter.earth il 26 luglio 2026) proposta dal prof. Ugo Sabatello (Neuropsichiatra infantile, Psicoanalista e psichiatra forense) che denuncia i rischi presenti in tale proposta. Come psicoanalista impegnato nel sociale e nel lavoro di recupero degli adolescenti problematici, che da decenni collabora con il Dipartimento della giustizia minorile, sento il dovere etico e scientifico di testimoniare il punto di vista tecnico su tali temi.
Il primo tema tecnico riguarda la valutazione della maturità, dove Sabatello ricorda che l’immaturità tra i 14 e i 18 anni è la norma biologica, non l’eccezione da dimostrare in tribunale. Su questo punto Cira Stefanelli (Dirigente del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia), interpellata sulla questione dall’associazione di cui faccio parte “Psicoanalisi e sociale” (cfr. www.psicoanalisiesociale.it, “Oltre l’articolo 98: alcune riflessioni sul dibattito sulla giustizia minorile) si esprime con estrema chiarezza, ridimensionando sostanzialmente la questione: in realtà i casi i cui viene dichiarata la non imputabilità per immaturità sono numericamente molto limitati: sessanta casi su ventitremila minorenni presi in carico nel 2024 dai Servizi della giustizia minorile. Di fatto già nell’attuale situazione i minorenni considerati responsabili e perseguibili per i loro reati sono la quasi totalità. Dunque, la questione dell’imputabilità è una falsa questione, che probabilmente serve solo in termini propagandistici.
Ben altra cosa è il problema della responsabilità. Essa è una reale questione, al centro della preoccupazione di tutti noi cittadini ed esperti, ed anche al centro dell’azione penale con i minorenni. Poiché la stragrande maggioranza dei minori autori di reato è ritenuta matura il vero problema è come riuscire a far prendere loro la responsabilità dei reati che hanno commesso. Quindi la vera questione, che interessa veramente tutti i cittadini italiani, è quali strategie sono più adeguate a responsabilizzare i minorenni sui loro comportamenti criminosi in modo da incidere sul processo di crescita di questi ragazzi, drammaticamente avviato verso la criminalità, per evitare che una volta usciti dal carcere reiterino il reato.
L’esperienza positiva maturata in decenni all’interno del sistema giustizia minorile dimostra che l’attivazione con questi ragazzi di seri progetti educativi sia in carcere che nei servizi territoriali della giustizia minorile, permettono di utilizzare il procedimento penale come una preziosa occasione di responsabilizzazione e di cambiamento dei minori presi in carico. Per fare ciò occorre rinforzare il personale sia degli Istituti Penitenziari Minorili che del circuito territoriale della giustizia minorile, avviando reti educative capaci di gestire processi individuale e sociali di recupero di questi ragazzi, che non possono che partire dalla responsabilizzazione nei confronti del reato. A tal proposito le ricerche scientifiche e le buone prassi del nostro Paese come di altri paesi dimostrano che l’orientamento della giustizia riparativa (quel percorso che promuove la piena assunzione di responsabilità del proprio reato anche nei confronti dei danni perpetrati nei confronti delle vittime nonché di tutta la società) è molto più efficace sia dell’orientamento della giustizia retributiva (quella che si usa prevalentemente con gli adulti, dove l’attenzione è esclusivamente sulla la pena con l’intento di renderla proporzionata al reato), che di quello (molto in auge negli anni ottanta e ancora oggi per molti versi praticato) della giustizia riabilitativa (centrata sul trattamento del minore inteso come un “malato”, che ha introdotto in campo nuove categorie come quelle di devianza e personalità).
Nella proposta del governo manca totalmente uno sguardo sull’età evolutiva capace di reggere la sua complessità. L’adolescenza è una fase dello sviluppo nella quale la costruzione della responsabilità richiede un percorso, per riuscire a far comprendere il significato del comportamento deviante anche alla luce del contesto nel quale esso si è sviluppato. Ciò inevitabilmente chiama in causa il contesto educativo, la famiglia e gli adulti che si sono occupati della crescita del ragazzo deviante. A tal proposito, Sabatello denuncia l’ingiustizia di scaricare sul soggetto più debole e meno attrezzato a difendersi in un’aula di tribunale un problema che riguarda gli adulti. Giustamente, afferma a sua volta la Stefanelli, il problema non può riguardare esclusivamente la responsabilità individuale del minore e dovrebbe interpellare anche la responsabilità dei contesti educativi nei quali quel ragazzo è cresciuto. Questo aspetto è centrale nel trattamento del minore, perché senza l’attivazione di una rete educativa capace di contenerlo e seguirlo mentre è in carcere e dopo che avrà scontato la sua pena, il rischio di reiterazione del reato è elevatissimo. Mentre sappiamo che quando vengono attivati progetti educativi tutto cambia: a volte è sufficiente un anno di “messa alla prova” del reo perché la percentuale di successo dell’intervento di recupero (contrasto al rischio di recidiva) raddoppi . Diverse ricerche catamnestiche (che misurano il risultato di un intervento terapeutico negli anni e avolte nei decenni successivi al trattamento stesso) dimostrano che quando il progetto educativo è pluriennale ed intensivo (come, ad esempio, quando i minori vengono inseriti in casa-famiglia) il livello di successo (cambio della rotta evolutiva, integrazione nel mondo lavoro, costituzione di una famiglia) è vicino all’85% (Baldini 2011). Come si può comprendere il problema di cui si parla ha valenze tecniche molto precise e necessita di un approccio scientifico, di cui la politica dovrebbe informarsi per evitare semplificazioni propagandistiche.
Il percorso della giustizia riparativa è efficace perché attiva nell’adolescente un’azione riparativa non solo nei confronti degli altri (vittime e società intera) ma anche nei confronti delle parti fragili del proprio sé, nonché dei propri legami interni. La funzione dinamizzante della mediazione attivata dalla giustizia riparativa è rappresentata dal confronto attivo che può essere attivato fra le istanze interne del minore e quelle di cui si fa portatore l’adulto esperto (operatore del sistema giudiziario), in rappresentanza di tutta la società civile. L’adolescente non è in grado di comprendere da solo il senso della propria azione criminale, né riesce a raffigurarsi il proprio ruolo sociale di reo, nè di rappresentarsi le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie scelte. Grazie all’arresto l’adolescente si trova in un momento della sua vita particolarmente delicato e vulnerabile, in cui è fortemente motivato a realizzare tale operazione di revisione delle proprie azioni, a causa delle vicende giudiziarie che ha attivato. Un momento forse irripetibile, in cui l’adolescente violento, suo malgrado, è costretto a confrontarsi con il fallimento della propria strategia fallimentare di realizzare i propri compiti evolutivi. L’inserimento nel circuito penale lo costringe a fare i conti con l’illusorietà di tale strategia, spesso confermata dall’ambiente di origine del minore stesso. Questi sono ragazzi che spesso non hanno né sensi di colpa, né rimorsi per il loro reato. Infatti, siamo sempre più confrontati nei nostri interventi professionali con ragazzi senza Legge, condannati a vivere in un mondo interno senza argini, con il perenne terrore di sprofondare nell’abisso del caos dell’inciviltà primitiva. La formazione di questi ragazzi spesso è molto carente e distorta a causa delle mancate identificazioni primarie con buoni legami affettivi e di conseguenza sono dominati da identità primitive e rigide. La sola punizione non fa altro che rinforzare tale sistema di funzionamento affettivo e cognitivo. Sono ragazzi che vivono intensamente e autenticamente l’angoscia della postmodernità, privati di istituzioni garanti e della credibilità di funzionamenti auregolativi. Soggetti caratterizzati dalla liquidità dell’era postmoderna, figli di un mondo in cui la transitorietà e la precarietà non consentono loro illusioni di sicurezza. Occorre ricondurli a ripercorrere il percorso della civilizzazione, inserendoli, già dal momento in cui entrano in carcere, all’interno di progetti educativi condivisi con la rete territoriale.
Per tale motivo è fondamentale con questi ragazzi piuttosto che semplicemente punire, avviare percorsi di riparazione dei legami affettivi, in modo da avvicinarli progressivamente alla possibilità di provare il senso di colpa per il danno che hanno inflitto alle loro vittime. La pressione che può esercitare il sistema giudiziario penale per promuovere tale processo, se riesce a proporsi come un ambiente di soccorso può essere molto forte, poiché lo stesso percorso giudiziario sarà fortemente influenzato dal livello di responsabilizzazione che il reo riuscirà a conquistare. Ciò, al di là degli inevitabili aspetti utilitaristici, offre all’adolescente un’occasione unica per appropriarsi della propria storia e dinamizzare aspetti interni del Sè, risorse inesplorate, potenzialità di adattamento, grazie all’influenza potente del circuito giudiziario in cui è stato inserito.



