Nell’elezione, scarsamente gettonata nelle previsioni della vigilia, dell’agostiniano e statunitense Robert Francis Prevost , vi sono due forti suggestioni e quasi premonizioni di futuro, legate l’una alla sua provenienza dal clero regolare degli agostiniani, dopo il papa gesuita, l’altra il nome prescelto di Leone, nome papale desueto e antico con due illustri predecessori, Leone X, dei Medici papa dal 1513 al 1521 e S. Leone Magno, papa dal 440 al 461. Non notata, inoltre, v’era quasi una predestinazione inscritta nello stesso suo cognome di Prevost, ‘prevosto’, termine nobile ed antico che indica un dignitario ecclesiastico. Da queste coincidenze forse è possibile trarre presagi di futuro sul suo altissimo ed universale ministero, che tanto può incidere sulle sorti del nostro mondo, ingarbugliate e difficili.
Papa Leone XIV è il secondo Papa che proviene dal clero regolare, e cioè da una congregazione religiosa, dove i sacerdoti vivono in comunità ed hanno modalità di ulteriore confronto ed elaborazione dottrinale e culturale. Quello degli agostiniani è un ordine antichissimo e risale allo stesso S. Agostino (Tagaste Africa Romana 354-Ippona Tunisia 430) vescovo e eccelso filosofo e teologo, che amava vivere in una comunità di sacerdoti, da cui è nato il suo ordine, non molto diffuso oggi, quello degli agostiniani. Agostino si convertì al cattolicesimo, abbandonando il manicheismo, che pareggiava la potenza del male a quella del bene, mentre era a Milano, nel 386, dove insegnava retorica. Fu affascinato dalla forte personalità del vescovo S. Ambrogio (Treviri Germania 337- Milano 397) che, nel 390, avrebbe avuto il coraggio di bloccare, all’ingresso del duomo di Milano, l’imperatore Teodosio (347-395), perché aveva ordinato il massacro di sette mila abitanti di Tessalonica in Macedonia, città in cui era stato ucciso un generale barbarico. Era
quello di Ambrogio il gesto di una forte istanza religiosa e di giustizia giusta, che difendeva il valore supremo di uomini innocenti-anche a fronte della massima autorità statale. Istanza di sommo valore anche per noi oggi.
Divenuto vescovo anche Agostino, ad Ippona in Tunisia, scrisse opere di profonda filosofia e teologia e soprattutto il profetico ‘De civitate Dei’, profonda riflessione sulla convivenza civile, in cui si enunciava la forte distinzione tra chi ama Dio e gli uomini nella ‘charitas’ e chi ama, invece, se stesso e le cose del mondo nella ‘cupiditas’ e nel ‘dominium’, distinzione profondamente significativa e vera, che sarà certamente inserita nel ministero del Papa agostiniano. Va poi rilevato lo scacco della scelta del desueto nome ‘Leone’ e la forte carica di suggestione e anticipazione di futuro che Papa Prevost ha voluto suscitare con questa che appare chincaglieria sgradita alla modernità. Ma, a ben riflettere, è nome di forte evocazione nella tradizione cattolica dei Papi, che ha i suoi principali riferimenti in Leone X, Giovanni dei Medici (1475-1521) grande papa del Rinascimento, che assunse quel nome dopo quattro secoli dal precedente Leone IX, alsaziano e santo. L’attuale Leone XIV dista , invece, solo 121 anni dal suo omonimo predecessore, Leone XIII (1810-1903) ed è a lui che il novello Papa Leone intende soprattutto riferirsi , volendolo richiamare all’onore della Chiesa e della società di oggi, perché è stato il papa di una delle più famose encicliche papali dell’età moderna, la ’Rerum Novarum’ del 1891. Essa, in un periodo difficilissimo di forti tensioni sociali, all’alba della società industriale e tecnologica, tragicamente divisa in fratricide lotte di classe, delineò, in modo chiaro ed equilibrato, la saggia e moralmente nobile dottrina sociale della Chiesa Cattolica, che mira non a parteggiare allo scontro, ma alla indicazione irrinunciabile di armonia tra le classi sociali, nel reciproco rispetto e solidarietà. Si tratta di indicazione preziosa ed universalmente valida ancora oggi e si impone, come pacifica e fruttuosa alternativa alla pendolare dialetticità e conflittualità tra capitalismo puro e tragica rivolta socialista, che ha prodotto molte moderne e tragiche rivoluzioni sociali, senza alcun vantaggio per la comunità nella sua integralità. E si tratta di modello trasferibile anche alla convivenza tra le nazioni, offrendo argomenti per transitare dallo scontro al dialogo ed alla fruttuosa solidarietà.
Anche il riferimento all’altro grande Papa, S. Leone Magno, è ricco di suggestioni e premonizioni, ed allude alla misteriosa superiorità che la sacralità sacerdotale del Papa può esercitare sulla violenza bruta delle armi, Ciò divenne viva realtà quando il Papa S. Leone Magno riuscì, inerme, ma con il misterioso fascino della sua ieraticità, a fermare la ferinità di Attila e del suo esercito, che dall’Ungheria scendeva in Italia per devastarla. Papa Leone Magno si presentò all’esercito che avanzava verso il Po nell’autunno del 452 e, fermò col fascino della sua religiosità, ne fermò la marcia , assetata di rapina, devastazione e morte. Forse, nell’intenzione del nuovo Papa, si intende rivolgere sommessamente, senza alcuna alterigia, il monito della superiorità dei valori dello spirito, che possono piegare anche la crudezza belluina della forza e delle armi, e comunque salvano sempre la dignità dell’uomo, anche nella sconfitta, rendendo ignobile la vittoria della violenza in se stessa e nella memoria delle generazioni future. La connaturata mitezza è apparsa evidente nella personalità del nuovo Papa, nella sua reiterata implorazione alla pace, senza intonazione di condanna per alcuno, ma nella prospettiva della feconda offerta della concordia e dell’incontro, effigiato nella metafora dei ponti da costruire, per raccordare l’intera comunità planetaria. Con una religiosità sinceramente, e quasi ingenuamente manifestata, nella fedeltà anche alla tradizione liturgica dei sacri paramenti, senza senza iattanza ma anche senza alcun disagio, il novello Papa Leone ha implorato una ‘pace disarmata e disarmante, umile perseverante’ con aggettivazione splendida e ricca come testimonianza ed anche programma d’azione . Ognuno di questi aggettivi fa intravedere futuri scenari di una sfida che fa appello ai soli valori evangelici della mitezza, della fame e sete di giustizia ed insieme dell’amore verso gli stessi nemici, come messaggi che conducono alla vera e duratura pace.
Si intravede in Papa Leone il tono dimesso dell’umiltà, consapevole di sé, capace di sgretolare la durezza della fierezza, smontandola irrevocabilmente, senza dare adito alcuno all’alterigia. Così il ruggito del leone non sarà che il belato dell’agnello, che accetta evangelicamente anche il destino di vittima sacrificale per la redenzione del mondo, ma da questo impegno non demorde, perché è necessario che l’uomo di oggi capisca e perché non v’è alternativa al suo destino: o capire o perire. E così la funzione messianica del Papa travalica, pur riaffermandoli, gli ambiti strettamente confessionali del cattolicesimo ed assume un ruolo civile e planetario, che è anche autentica missione religiosa, perché nella salvezza dell’umanità e nella fratellanza universale, si rende il massimo onore a Dio, padre di tutti i popoli.

