In una situazione geopolitica effervescente, non solo per i conflitti e le aggressioni in Ucraina e a Gaza, emerge con forza un elemento di grande criticità: il recente isolazionismo americano. Donald Trump, invitando gli europei ad “arrangiarsi” nonostante gli accordi NATO, e cercando un accordo con Putin per distoglierlo dall’influenza cinese, ha evidenziato il grave ritardo dell’Unione Europea nel predisporre un piano di difesa integrato, sostituito invece da interventi nazionali parziali e privi di efficacia strategica.
Il paradosso della difesa europea è chiarissimo: è un’organizzazione basata su schemi obsoleti, pesanti e costosi. Ogni volo militare costa centinaia di migliaia di euro e si accompagna a una mobilitazione disorganica e poco efficace. Lo dimostra l’invasione recente dello spazio aereo polacco, avvenuta con droni a tecnologia “sotto soglia”. Che si sia trattato di un test russo per sondare le difese occidentali o di un errore, resta evidente la sproporzione: jet costosi e complessi si spendono per sbarrare e abbattere droni di basso costo, sostenendo tuttavia un alto esborso mentre la spesa russa per i mezzi è minima.
L’Europa soffre di una totale carenza di esperienza operativa e, soprattutto, di scorte di droni. L’unico esempio significativo di capacità strategica, reattività industriale e adattamento alle nuove forme di guerra sono gli ucraini, che sotto la pressione degli attacchi hanno forzato il loro apparato produttivo, creando scorte e strategie innovative. In Europa invece, tempi di reazione rallentati o bloccati da contrasti politici e ideologici impediscono risposte tempestive ed efficaci.
È paradossale che una nazione relativamente piccola come l’Ucraina debba oggi mettere a disposizione la propria conoscenza e strategia all’Unione Europea. Questa realtà impone con urgenza il superamento del voto all’unanimità, il principale freno da troppo tempo alla capacità operativa e politica dell’Unione, soprattutto nell’ambito cruciale della costruzione di un esercito europeo integrato e funzionale.
Per affrontare queste sfide non serve il “canto del cigno” di Ursula von der Leyen, che ha già dichiarato i suoi colori senza confrontarsi adeguatamente con i partner europei, certa che il suo mandato si stia esaurendo, e senza predisporre un piano concreto di azione. Ai problemi endemici dell’Europa si aggiunge un altro ritardo significativo: l’assenza di una strategia per lo spazio. Dopo essere stato fino a poco tempo fa un bene comune, lo spazio è diventato un elemento strategico dominato da privati e superpotenze.
Gli stessi Stati Uniti dipendono da realtà come Musk, Bezos e Boeing. La Cina sogna una stazione lunare, l’India avanza rapidamente, la Russia sfrutta la propria esperienza nel volo spaziale e nelle capsule Cosmos. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) rimane invece in un pericoloso ritardo, con soli 4 lanci contro circa 120 di Starlink. Anche la NASA, nonostante programmi ambiziosi per la Luna, dipende in gran parte dai privati o dalla tecnologia russa, minacciata dai tagli operati da Trump.
Elon Musk, controllando la rete satellitare per Internet veloce, ha il potere di spegnere il segnale e rendere “cieca” l’Ucraina. Il controllo dello spazio, un tempo bene comune dell’umanità, è oggi nelle mani di pochi. Chi controlla lo spazio controlla la Terra. Anche questa dimensione deve essere urgentemente trattata e integrata nel sistema di difesa europeo.
Negli ultimi cinque anni, l’Europa ha reagito con un aumento significativo degli investimenti militari. Nel 2023, i bilanci combinati per la difesa degli Stati membri hanno raggiunto 279 miliardi di euro (pari all’1,6% del PIL), salendo a 326 miliardi nel 2024 (1,9% del PIL) e si prevede un ulteriore aumento fino a circa 381 miliardi di euro nel 2025. La spesa in investimenti per la difesa, includendo ricerca, sviluppo e acquisti di equipaggiamenti, ha superato per la prima volta i 100 miliardi di euro nel 2024, con una crescita particolarmente marcata nelle forniture di equipaggiamento (+39%) e nella ricerca e sviluppo (+20%). Questi sforzi sono guidati da una nuova attenzione all’industria della difesa europea. Lo stesso piano “ReArm Europe” è sbagliato in quanto privilegia alcuni Paesi e tende a recuperare le sue risorse da tagli alla spesa sociale. Occorre quindi individuare fondi comuni Europei al di fuori degli interventi previsti per il ReArm Europe senza intaccare le politiche di welfare che tanta importanza hanno ancora in Europa.
Anche sul fronte spaziale l’Europa ha avviato strategie per recuperare il ritardo, ma gli investimenti restano limitati rispetto agli obiettivi ambiziosi. La strategia spaziale europea 2040 mira a catturare tra il 15% e il 25% del valore globale del settore, richiedendo investimenti corrispondenti allo 0,15-0,25% del PIL europeo. Attualmente, i finanziamenti per ricerca e sviluppo spaziale dell’ESA sono di circa 800 milioni di euro per il periodo 2021-2027, con un aumento previsto grazie al supporto dei fondi UE per la ripresa economica, ma restano molto inferiori rispetto ai lanci e alle capacità delle grandi potenze e operatori privati come Starlink. Si parla inoltre di allocare fino al 30% dei fondi spaziali europei a scopi di sicurezza e difesa, un cambiamento necessario per assicurare un ruolo strategico autonomo dell’Europa nello spazio.
In conclusione, è cruciale che Stati membri europei stabiliscano patti significativi che permettano di strutturare meglio la difesa comune, integrando capacità militari e spaziali con un approccio coordinato ed efficiente. Senza questa svolta, un’Europa a sovranità limitata non sarà mai padrona della propria sicurezza né del proprio futuro nel contesto globale attuale.
