L’auspicabile accordo tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran, segnerà inevitabilmente una svolta negli equilibri mondiali geopolitici e geo economici.

Comunque la si voglia rigirare la situazione dei rapporti di forza nel Golfo Persico e nell’area mediorientale è cambiata a favore dell’Iran. Nonostante le devastazioni e le morti disseminate dai bombardamenti israeliani e statunitensi, nonostante il ridimensionamento dell’apparato bellico, l’Iran esce rafforzato sotto in diversi aspetti. La sua coesione interna è oggi più salda di quanto non fosse prima dell’attacco israelo americano. Soltanto alcuni mesi fa guardavamo speranzosi ai movimenti di opposizione interna, ci indignavamo di fronte alle migliaia di uccisioni perpetrate dal regime degli ayatollah nei confronti degli oppositori, degli studenti, delle donne. “Donna, Vita, Libertà “ era lo slogan che scandivamo in tutte le piazze europee e americane. Tutto questo è stato silenziato, annichilito dall’effetto nazionalistico, determinato dagli attacchi esterni, che si è innestato nel rigore oscurantista della teocrazia sciita che domina l’Iran.

Sul piano internazionale, la diplomazia iraniana ha dimostrato di essere capace di negoziare in maniera molto determinata, è riuscita ad essere più credibile e coerente nelle sue posizioni rispetto al disordine diplomatico e strategico degli USA del suo presidente, è persino riuscita ad uscire dall’isolamento diplomatico costruendo nuovi rapporti con altri attori del Medio Oriente e rafforzando quelli già esistenti con la Cina. Anche a livello militare e geo strategico, la resilienza delle forze armate iraniane e dei Pasdaran, sta dimostrando di aver tenuto testa alla strapotenza anche tecnologica delle forze armate statunitensi e delle IDF (Israeli Defence Force) israeliane. Non soltanto il potenziale bellico iraniano è, come ammesso dalla stessa CIA, ancora molto consistente ( il 70% delle capacità missilistiche è intatto e l’uranio arricchito continua ad essere custodito dalla Repubblica iraniana) ma si è ritrovato un’altra arma, ben più potente e credibile delle stesse armi nucleari (che comunque oggi l’Iran non possiede).

Si tratta dello Stretto di Hormuz, vera e propria giugulare dell’economa globale. Il controllo dei flussi di navigazione attraverso Hormuz mette l’Iran in condizione di “ricattare” le economie globali. Aver pensato, come avevano presuntuosamente fatto Trump e Nethanyau, di poter dare nel giro di pochi giorni di guerra, una spallata al regime iraniano, si è rivelato un abbaglio colossale e costosissimo: si calcola che la guerra sia costata agli USA, fino ad oggi, circa 29 miliardi di dollari oltre ad avere aperto una voragine nelle scorte missilistiche delle forze armate statunitensi. L’Iran ha dimostrato di non essere una “tigre di carta” ma un Paese con una forte identità nazionale, erede di una cultura millenaria risalente dall’impero persiano.

Questa sconfitta sul fronte iraniano ha ed avrà conseguenze ben più ampie per gli Stati Uniti, per Israele, per l’Occidente, per il mondo intero. Israele, grazie alle politiche di Nethanyau e dei suoi alleati dell’ultra destra, si sta trasformando in un Paese nazionalista e religioso, la società israeliana è sempre più claustrofobica, incarognita e si è autocondannata alla guerra permanente. Israele, un Paese nato grazie alla solidarietà internazionale, si è totalmente isolato dai consessi internazionali. L’abuso del diritto all’autodifesa è stata la premessa per giustificare il vero e proprio genocidio del popolo palestinese, la cancellazione di qualsiasi forma di riconoscimento della soggettività palestinese, il conflitto permanente con tutti gli Stati confinanti.

Per noi democratici e antifascisti, cresciuti denunciando l’orrore della Shoah, è doloroso assistere alla trasformazione in senso integralista, religiosa, razzista, genocida della politica e della società israeliana. Possiamo e dobbiamo rimanere vicini e sostenere quella minoranza di cittadini israeliani e quei pochi intellettuali che stanno cercando di contrastare dall’interno questa deriva autodistruttiva della ragioni d’essere di Israele. Le ragioni fondative di Israele vengono quotidianamente vilipese dal governo Netanyahu, ma il mondo fatica a prenderne atto. L’Europa, ad esempio, continua ad essere fin troppo indulgente con Israele. Se confrontiamo la giusta durezza delle posizioni europee rispetto alla Russia di Putin, ci accorgiamo che con Israele utilizziamo ben altri parametri. Forse che i massacri di bambini palestinesi sono meno gravi di quelli dei bambini ucraini? O le distruzioni di Gaza sono meno significative di quelle di Karkhiv o di Odessa? Che differenza c’è tra questi due Paesi nell’ignorare e disprezzare le regole del diritto internazionale e delle sue istituzioni?

L’ostinata determinazione alla paura è la motivazione che sta facendo di Israele il principale sabotatore dell’eventuale accordo di pace con l’Iran. Netanyahu, come tutti i populisti, ha fatto al suo popolo promesse impossibili da realizzare e, quindi, può soltanto continuare ad alimentare la guerra permanente anche a costo di mettere in fibrillazione i rapporti con l’unico alleato che gli è rimasto, cioè gli USA. Gli USA guidati da Trump, stanno fallendo tutti gli obiettivi che si erano dati. Come ha scritto in questi giorni Paolo Gentiloni, “american first” si è ormai trasformata in “american alone”.

L’ideologia MAGA e il mondo immaginario di Trump, stanno impoverendo gli americani e stanno isolando gli USA dal resto del mondo, li stanno rendendo inaffidabili non solo per i competitors ma, sopratutto, per i tradizionali partners. Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, e in particolare dalla caduta del muro di Berlino, gli Stati Uniti sono stati i garanti degli equilibri mondiali. Questo ruolo lo hanno esercitato, nel bene e nel male, tramite un mix fatto di valori democratici, di potenza militare ed economica, di supremazia tecnologica. Oggi questo mondo non esiste più perché gli americani per primi, lo stanno distruggendo. È’ stato messo in crisi il commercio mondiale con una insulsa politica di dazi, Trump sta demolendo la NATO e sta annullando i rapporti di fiducia e collaborazione con tutti gli alleati tradizionali. Il ruolo di regolatore multilaterale viene sostituito dai rapporti personali con i vari autocrati del mondo. L’inaffidabilità di Trump si è evidenziata sull’Ucraina che secondo lui doveva capitolare di fronte alla Russia del suo amico Putin, si è manifestata su Taiwan avallando la posizione cinese sul non riconoscimento dell’indipendenza dell’isola, e’ esplosa con l’attacco all’Iran avviato contro il parere dei Paesi del Golfo senza peraltro garantire loro il necessario ombrello protettivo rispetto alle ritorsioni iraniane. L’unica magro risultato di Trump è stato l’arresto di Maduro e la normalizzazione del Venezuela, anche questa tuttavia, avvenuta con assoluto spregio del diritto internazionale.

A fronte di questo “disordine” mondiale, cominciano a prefigurarsi prime ipotesi di riorganizzazione a livello regionale, così come aveva lucidamente previsto il Primo Ministro canadese, Mark Carney, nel suo discorso all’ultimo forum di Davos. E’ di questi giorni la notizia che Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Pakistan stanno costruendo il cosiddetto “Patto di Maometto”, una sorta di Nato del Medio Oriente sunnita. L’obiettivo è avere una cornice di sicurezza che prescinda dagli USA e che sia in grado di proteggere i Paesi dell’area sia dalla guerra permanente di Israele che dal rinnovato vigore dell’Iran sciita. E’ la pietra tombale sugli accordi di Abramo, la fallimentare politica americana per pacificare il Medio Oriente. Questa guerra ha fatto definitivamente comprendere a questi Paesi che non possono più contare sull’ombrello protettivo americano e quindi è il momento di mettere a fattor comune le rispettive capacità: le risorse finanziarie dell’Arabia Saudita, quelle nucleari del Pakistan, quelle industriali, tecnologiche e militari della Turchia, quelle militari e geostrategiche dell’Egitto che, non dimentichiamolo, controlla il Canale di Suez.

Anche in Estremo Oriente si è avviato un riassetto delle relazioni tra i Paesi che temono la crescita della potenza militare cinese. Corea del Sud, Indonesia, Filippine, Vietnam e Giappone stanno rafforzando la loro cooperazione militare, sotto lo sguardo interessato di India e Australia. E, anche in questo caso, la cifra che caratterizza questo processo è la sfiducia crescente sul ruolo protettore degli USA, specie dopo il recente incontro tra Trump e XiJinping.

Infine l’Europa. Innanzi tutto è utile che cominciamo a ragionare in termini di Paesi europei e non soltanto di Unione Europea. In una prospettiva di autonomia strategica infatti non possiamo prescindere da almeno tre Paesi europei fondamentali: il Regno Unito, l’Ucraina e la Norvegia (essenziale per avere un ruolo nella regione artica). In questo percorso una Nato più europeizzata sarà sicuramente utile.
L’Europa non è soltanto una potenza economica, forse la più grande del mondo se si integrasse definitivamente, l’Europa, sopratutto agli occhi dei popoli del Sud del mondo è “l’altro Occidente” rispetto agli USA, e lo è nel senso che rappresenta la terra del diritto e dei diritti, del rispetto delle regole e dei trattati internazionali, della ricerca della pace e della stabilità tra i popoli attraverso la diplomazia e non tramite il ricorso alla forza militare, del rispetto delle minoranze, delle religioni, degli individui da qualsiasi parte provengono e quale che sia il loro credo, il loro sesso, il loro colore della pelle. L’Europa è attrattiva anche per Paesi che geograficamente non ne fanno parte, vedi le richieste di adesione alla UE dell’Armenia e della Georgia.

Tuttavia sappiamo che questa rappresentazione è attraversata da mille contraddizioni alcune delle quali anche molto significative, da mille tentennamenti che spesso si trasformano in veti, da molteplici gelosie, interessi nazionalistici, egoismi. Queste posizioni non sono accettabili nella situazione attuale, sono sbagliate politicamente e anacronistiche rispetto ai tempi che stiamo vivendo. Esse sono frutto di appartenenze e contrapposizioni che non esistono più. Solo partendo da questa consapevolezza, l’Europa può affermare un proprio ruolo nel mondo, coerente con quei principi di civiltà a cui diciamo di richiamarci. E’ il momento di costruire una vera autonomia strategica dell’Europa a livello energetico, industriale, tecnologico e militare. Su questo nostro sito abbiamo già scritto come rendere possibile il Progetto Europeo e oggi possiamo dire che nonostante tutte le timidezze e le contraddizioni, stiamo facendo dei passi in avanti. I rapporti Draghi e Letta, il debito comune come fatto con il PNRR, il concreto e fermo sostegno che stiamo dando all’Ucraina, una comune visione strategica come stanno proponendo i cosiddetti “volenterosi”, indicano la strada giusta che l’Europa deve percorrere per arrivare al più presto ad unico Stato federale, sola possibilità per avere un ruolo non subalterno alle grandi potenze autarchiche, che oggi pretendono di decidere le sorti del mondo.
In questo nuovo grande puzzle mancano ancora diverse tessere, come quella dell’Africa, specie quella sub sahariana, o dell’America Latina, tuttavia questo insieme di “movimenti”, di alleanze, di intese, sono forse il giusto metodo per pervenire ad un “Nuovo Ordine Mondiale” in cui auspichiamo un rinnovato vigore delle istituzioni internazionali debitamente riformate e in cui la diplomazia, la mediazione, la considerazione degli interessi di ciascun attore prevalgano sull’uso della forza, della sopraffazione, della guerra. Questo è il multilateralismo di cui i popoli del mondo hanno bisogno.

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