L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite definisce il diritto di autodifesa degli Stati a fronte di un’aggressione armata sul proprio territorio. Tuttavia si tratta di un diritto su cui si è molto discusso e si discute ancora. Infatti l’art. 51 lascia aperti molti margini di interpretazione sia sulle condizioni che possano determinare l’insorgere di questo diritto che sulle modalità e i limiti a cui deve essere sottoposto l’esercizio. Negli anni ci sono stati diversi tentativi di meglio definirlo ma, ad oggi nonostante diverse risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e molteplici sentenze del Tribunale Internazionale dell’Aia, le questioni rimangono aperte. Eppure, nonostante tutto, l’art. 51 definisce alcuni principi fondamentali a cui gli Stati devono attenersi nell’esercizio di questo diritto.

Il primo di questi principi è testualmente inequivocabile: la condizione essenziale, che non può essere scavalcata, per reagire in legittima difesa è che si sia stati oggetto di un attacco armato. Ma qui si apre il primo problema: quando è stato formulato l’art.51 non esistevano ancora (o erano residuali) le “guerre ibride” e gli unici attori delle guerre erano gli Stati nazionali. La questione riguarda attacchi armati provenienti da organizzazioni terroristiche o milizie non statali anche se espressione di movimenti di resistenza o liberazione. L’interpretazione che più è stata affermata dalle sentenze internazionali è che, comunque, bisogna dimostrare il legame diretto e continuo con lo Stato contro cui si esercita il diritto all’autodifesa. Anche per questo l’art.51 pone in capo al Consiglio di Sicurezza poteri di controllo sulla reazione degli Stati aggrediti. Ma qui si apre la questione del ruolo dello stesso Consiglio di Sicurezza e dei poteri di veto attribuiti a cinque Paesi (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) frutto degli equilibri di potenza definiti all’indomani della 2 guerra mondiale ed oggi, come è evidente a tutti, non più rispondenti all’attuale situazione globale.

Altri fondamentali limiti posti dall’art.51 sono quelli relativi alla “necessità”, alla “proporzionalità” e alla “immediatezza” nella reazione. Il principio di “necessità” postula che la reazione armata sia l’unica via percorribile per l’esercizio del diritto di autodifesa… se ne può discutere a lungo. La “proporzionalità” ha un significato molto chiaro: non puoi reagire distruggendo un Paese perché hai subito un attacco terroristico da forze riconducibili a quel Paese, non puoi distruggere un’intera popolazione come reazione ad un inaccettabile ed orrendo massacro di tuoi cittadini, non puoi occupare il territorio di uno Stato sovrano in nome di una presunta difesa dei tuoi confini o di etnie affini alla tua.

Quello di “immediatezza” è particolarmente interessante perché esso non riguarda soltanto il tempo che intercorre tra l’aggressione e la reazione, ma è un principio coerente con il sistema centralizzato nella composizione dei conflitti sancito dalle Nazioni Unite. La reazione è quindi giustificata solo temporaneamente e deve cessare al momento in cui inizia ad operare la protezione degli Stati membri. La responsabilità primaria per il mantenimento della pace è del Consiglio di Sicurezza, quindi gli Stati membri che agiscano per legittima difesa, hanno l’obbligo di sospendere tutte le azioni belliche nel momento in cui il Consiglio di Sicurezza prende le proprie decisioni. Se questo è il “diritto” vediamo cosa sta effettivamente accadendo nella nostra drammatica realtà contemporanea.

Il dramma del conflitto israelo-palestinese dimostra oltre ogni ragionevole dubbio, che il governo di Israele, agitando il diritto all’autodifesa, sta conducendo una guerra che va ben oltre la giusta punizione degli autori del massacro perpetrato il 7 ottobre e che mira a cancellare non soltanto qualsiasi ipotesi di esistenza di uno Stato palestinese ma anche l’esistenza stessa del popolo palestinese. Il governo Netanyahu continua a non tenere in nessuna considerazione le risoluzioni delle Nazioni Unite, nessuna considerazione umanitaria e non accetta neanche gli ammonimenti degli stessi sostenitori dello Stato di Israele (a partire dagli USA) ne delle proteste crescenti di una parte dei suoi stessi cittadini. Questa guerra non è di autodifesa ma di aggressione!

Anche la Federazione Russa sta conducendo una guerra di aggressione contro l’Ucraina, ha occupato vaste aree del territorio ucraino, ne bombarda le città e le infrastrutture non solo militari ma soprattutto civili. Con quali motivazioni? Il presidente Putin ritiene che questo sia il solo modo per proteggere i confini della Federazione Russa: siamo di fronte ad una sorta di esercizio preventivo del diritto all’autodifesa. Questa guerra ha invece lo scopo di cambiare gli equilibri mondiali e realizzare un primo passo verso la restaurazione di quello che un tempo era l’impero zarista prima e sovietico poi.

L’Iran, uno Stato religioso di fede musulmana sciita, da tempo è dichiaratamente il sostenitore di molteplici organizzazioni terroristiche anti occidentali e conduce parallelamente una lotta senza quartiere al mondo arabo sunnita. Recentemente la Jihad islamica, organizzazione terroristica sunnita che pochi anni fa ha tentato di farsi Stato occupando territori della Siria e dell’Iraq, tentativo poi fallito soprattutto grazie alle forze di resistenza curde, ha effettuato un tremendo attentato terroristico durante una cerimonia funebre in Iran. Anche in questo caso si è trattato di un massacro di cittadini inermi. Il governo iraniano in base ad un presunto diritto all’autodifesa, ha reagito attaccando con salve di missili il territorio di tre Stati sovrani, Siria, Iraq e Pakistan che, pur tra mille contraddizioni sono sempre stati schierati contro i jihadisti dello Stato islamico. È facile constatare che si tratta di tre Stati a maggioranza sunnita a cui l’Iran, approfittando di questo drammatico attentato, ha voluto lanciare un pesante ammonimento. Questo in particolare nei confronti del Pakistan, unico Paese musulmano, insieme all’Iran che dispone di armamenti nucleari.

Anche in estremo oriente è forte il rischio di conflitti armati. La Repubblica Popolare Cinese ha aumentato la pressione militare contro Taiwan dopo i risultati delle recenti elezioni che hanno visto l’affermazione del partito più favorevole all’autonomia taiwanese. Fino ad ora non ci sono state azioni belliche ma la tensione militare è alta e, anche in questo caso, il presunto diritto all’autodifesa viene esercitato in maniera preventiva per affermare un diritto all’integrità territoriale della Cina che nessuno Stato al mondo intende mettere in discussione.

La guerra mondiale a pezzi, come denunciato da Papa Francesco, è in corso e questo parziale elenco di situazioni di crisi ne è la dimostrazione. Purtroppo è anche la dimostrazione dell’impotenza, della inefficacia delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come strumenti per la regolazione dei conflitti. Il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, l’articolo 51 della stessa, vengono piegati e strumentalizzati per giustificare guerre di aggressione in cui sono i civili, i cittadini inermi ed incolpevoli a pagare il prezzo più alto.

(foto dal sito vaticannews.va)

 

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