Ad ogni cambio d’epoca corrisponde anche l’aggiornamento del vocabolario dei termini.
Alcuni di questi possiamo ormai definirli sempre più in disuso. Altri invece vanno
rispolverati. Altri ancora vanno finalmente utilizzati.

Tra i termini desueti spicca indubbiamente la parola “multilateralismo”. E’ stata la grande
illusione degli scorsi decenni, il modo tutto occidentale di pensare che prima vengano le
regole poi gli interessi. Trascurando però il fatto che se le regole non valgono per tutti o se
concentrano ricchezza e privilegio non sono regole destinate a durare. Il mondo si avvia a
dire addio al multilateralismo, alla possibilità cioè di utilizzare fori e contesti internazionali
per fissare le regole del gioco, dirimere le controversie, aprire collaborazioni efficaci. Non
si contano ormai le Conferenze delle Parti (CoP) sul clima che falliscono. La gestione della
pandemia da Covid-19 ha demolito la credibilità dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità. La decisione di Trump di chiudere l’agenzia USAID per gli aiuti allo sviluppo
demolisce di fatto perfino la collaborazione in materia di assistenza alle aree più povere e
depresse del pianeta.

La fine del multilateralismo però non significa totale anarchia. Di certo Trump sta
inaugurando l’epoca della fine delle regole condivise e il ritorno, inquietante e pericoloso,
della sola legge del più forte. Quasi due secoli di accordi internazionali, di regole, di
accordi tra Stati e sistemi non si cancellano in poche settimane o in quattro anni. Rimarrà
dunque qualche forma di “contratto sociale”, di moderato vincolo reciproco che andrà fatto
valere e andrà difeso con forza.

Tra le parole da rispolverare c’è poi purtroppo la più aberrante di tutte: guerra. E’ finita l’era della pace, terminata per sempre quella lunga parentesi di quasi ottant’anni in cui
l’Occidente ha potuto beneficiare dell’assenza di guerra e di una crescita economica e
sociale senza precedenti. Un’era lunga e fortunata, non priva di rischi e di instabilità, ma in
cui nessuno, perfino negli anni bui della deterrenza atomica tra USA e URSS, ha
immaginato il ritorno di soldati e carri armati su suolo europeo.

Se la guerra è qui per restare dobbiamo preparare i nostri sistemi e le nostre società ad
affrontare qualsiasi ipotesi, anche quella più respingente. Dobbiamo rispolverare manuali
antichi e moderni, ma soprattutto mettere in campo un progetto di rafforzamento delle
capacità europee di difesa e sicurezza autonome. Già: autonome perché questo tornante
della storia potrebbe rompere l’unità dell’Occidente, con gli Stati Uniti culturalmente pronti
ormai a non pagare più per la nostra sicurezza. La NATO, in quanto organizzazione
internazionale, rientra tra quei “contratti sociali” che potrebbero formalmente restare vivi
nei prossimi anni. Ma il suo impiego e la sua operatività saranno comunque
profondamente diversi, accorciando la coperta che fino ad oggi ha tenuto al riparo anche
noi europei.

Certo che quando si parla di queste cose la forma è sostanza. E dunque ha ragione la
Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen che, nell’annunciare un
piano da quasi mille miliardi per la dotazione di tecnologie e strumenti di difesa, ha detto
che il nome del piano, ReArm EU, può non apparire politicamente corretto o
linguisticamente neutro, ma ben descrive la realtà dei fatti e gli obiettivi che è necessario
porsi. Il riarmo rievoca pagine buie della nostra storia. Ma il contrario del riarmo non è la
pace ma la resa.

E così arriviamo alla terza parola, quella da utilizzare: difesa. Se possibile in accezione
propria, visto che ancora oggi, con due guerre alle porte e la fine del multilateralismo, si
leggono dichiarazioni di autorevoli esponenti politici che ricordano come la difesa sia
mantenimento della pace in situazioni di crisi, supporto in emergenze civili, sia dunque
“innocua” ed “inoffensiva”. I cittadini hanno smesso di credere nella politica nel momento in cui quest’ultima ha smesso di trattarli da adulti. Il paternalismo del pacifismo ad ogni costo, perfino quando nelle trincee muoiono i soldati, è ciò che rende la politica incapace di gestire fasi storiche delicatissime come questa.

La difesa è ciò che il termine indica e ciò che le esperienze storiche dimostrano. La si
esercita certo per prevenire, scongiurare o respingere un attacco. Ma la si usa per
rivendicare il proprio diritto ad esistere. Il dibattito sulla difesa legittima o meno si è perso
nella polarizzazione tra tifoserie, curva A contro curva B. La difesa è sempre legittima
quando viene messa in discussione l’integrità territoriale, sociale, politica di uno Stato o di
una comunità. Garantire sicurezza e difesa è uno dei compiti fondamentali di qualsiasi
Stato. Il Lievatano di Hobbes teneva in una mano la spada, simbolo del monopolio
esclusivo della forza e di superamento dell’anarchia dell’uomo lupo di altri uomini. Ciò vale
per le società ma anche per gli Stati nei loro rispettivi rapporti.

Dunque occorre procedere con una migliore e maggiore difesa in tutta Europa. Con chi ci
sta innanzitutto, senza rincorrere la chimera dell’unanimità. I Paesi europei oggi spendono
poco e male. Ci sono almeno 6 diversi programmi per carri armati di nuova generazione e
4 per aerei da combattimento. I sistemi di comunicazione, comando e controllo non
parlano tra di loro. I programmi satellitari sono lenti e mal finanziati. Tutti noi vogliamo la pace. Ma non procedere rapidamente a costruire un ombrello europeo di difesa significa arrendersi prima ancora che ci si sia intesi sul vero significato delle parole.

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