Il viaggio di Leone XIV in Francia si è concluso a Metz per un incontro sulle radici dell’Europa, dopo tre giorni di impressionante coinvolgimento popolare, ulteriore prova di una rinascita del senso religioso in Francia, già indicata dall’aumento di conversioni e battesimi, soprattutto tra gli adulti. La “processione” del Papa attraverso l’Avenue des Champs-Élysées e la messa a Place de la Concorde, resteranno a lungo nella memoria collettiva.

Ma la tappa a Metz assume un significato politico particolarmente importante.
Metz, in Lorena, per la sua posizione geografica, è stata terra di confine. Ha visto succedersi, sul suo territorio, imperi e stati e ha subito una instabilità esasperante di confini. Forse, proprio per questo, da Metz, dopo le tragedie della seconda guerra
mondiale, è partito l’appello a cambiare strada, a privilegiare la pace e l’incontro e non la guerra e lo scontro. E Robert Schuman, figlio di queste terre, si è reso interprete di questo bisogno di convivenza e ha lanciato la prima proposta di cooperazione tra gli stati europei.

Una proposta semplice, concreta: lavorare insieme sul rilancio industriale post bellico puntando sui fattori che allora costituivano l’asse portante della ricostruzione, il carbone e l’acciaio. Data la secolare eredità conflittuale della storia europea, Schuman pensava che la cooperazione non potesse realizzarsi all’improvviso, ma solo con tenacia e a piccoli passi. Il Papa lo ha ricordato parlando del “valore del tempo e della pazienza”. Schuman – molto ben consigliato da Jean Monnet – da ministro degli Esteri francese ottant’anni fa ha lanciato la Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio). “Dove non passano le merci passano gli eserciti”, diceva nell’Ottocento il filosofo ed economista francese Federic Bastiat.
Ovvero il libero scambio, e non il protezionismo, rafforza le relazioni amichevoli e consolida la pace. Così è stato in questi ottant’anni.

L’Unione Europea nel frattempo è nata, si è allargata e si è rafforzata. Ma oggi è minacciata di nuovo dalla guerra e dai nazionalismi. Sono necessari una nuova tenacia e un nuovo coraggio. A Metz, il Papa è stato accolto da Macron, che in nome della laicità dello stato non aveva partecipato alla messa a Parigi, ma che nel suo saluto ha riconosciuto il valore delle radici anche religiose dell’Europa. Il Papa, nel suo intervento, si è assunto la responsabilità diretta di richiamarci tutti a questo nuovo inderogabile compito di salvare l’Europa.

Lo ha fatto con chiarezza, chiedendo se stiamo lavorando per la pace o solo arginando (senza successo, possiamo aggiungere!) la guerra, preparandoci a quelle future.
Ha parlato di barbarie e ha messo al centro i giovani. Ma ha parlato anche di un’Europa che affonda le sue radici in diverse culture – greche, latine, germaniche e slave – e che oggi deve saper accogliere e integrare nuove culture. Ha ricordato san Benedetto sottolineando l’apporto che il monachesimo ha avuto nella ricostruzione civile dell’Europa nei secoli difficili successivi alla caduta di Roma. Quando si viveva senza un diritto condiviso, un’economia produttiva, un rispetto per la dignità umana, un comune disegno di prospettiva (l’allusione a oggi appare evidente).

E così a Metz il Papa, celebrando Schuman, si è assunto un inedito, ma attualissimo, protagonismo nel rilanciare l’idea di Europa come modello di relazioni e capacità di buon governo. Un’Europa che ha già dimostrato che “è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi” e a cui è affidato – questo il senso globale del suo messaggio – un ruolo chiave nella difesa del diritto internazionale, della pace e della giustizia.

Il cammino si presenta tortuoso e lungo, ma in un momento così difficile, nel quale la solitudine e la sfiducia sembrano prevalere, l’incontro di Metz appare davvero una fiaccola sul moggio che rischiara il buio di questa notte globale e indica che c’è ancora speranza. Ma, anche, che essa che dipende da noi.

(foto dal sito VaticanNews)

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